VITALITA’ DELLA VITA CONSACRATA IN ITALIA
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Don Alberto
Lorenzelli - sdb
Presidente nazionale della CISM
10 ottobre 2006
Convegno Regionale della Vita Consacrata - Sardegna |
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Introduzione
La vita consacrata, oltre che essere consacrata, è essenzialmente
vita. Il Signore Gesù è la sua vita. Egli è
venuto per dare la vita in abbondanza (Gv.10,10). Non ci interessa
una vita qualunque; per noi e per tutti coloro che si mettono
radicalmente al seguito di Cristo ricercano eccellenza, pienezza,
bellezza, ricchezza, qualità di vita. Questo vuole essere
il significato della metafora della vitalità, che è
il punto di partenza, il centro e il punto di arrivo di questo
modesto contributo che vi offro.
Quando si parla delle condizioni attuali della vita consacrata,
spesso si fa riferimento ad aspetti “negativi”,
quali la mancanza di vocazioni, gli abbandoni, le difficoltà
nel vivere il radicalismo evangelico nella società odierna.
Con questo mio intervento intendo incoraggiarvi a rintracciare
gli “aspetti positivi” che sono presenti nella Vita
consacrata di oggi. Si tratta di ricercare segni di vitalità
esistenti in essa ed in particolare nel proprio Istituto. Non
è una ricerca impossibile; infatti numerosi segni di
vitalità si riscontrano in diverse parti del mondo. Intendo
perciò esaminare questo fenomeno più da vicino,
per coglierne le manifestazioni, i fattori ed i frutti.
La ricerca dei segni di vitalità è finalizzata
a trovare percorsi di vitalità per le nostre comunità
e province. Dare o ridare “spirito e vita” alle
nostre istituzioni sembra essere la via privilegiata per far
fronte alle sfide della fragilità vocazionale dei giovani
consacrati di oggi e alle difficoltà della fedeltà
vocazionale dei consacrati di ogni età. Una realtà
viva, vivace e vitale suscita interesse, fascino, attrattiva
di chiamata; ma soprattutto genera fecondità, autenticità,
totalità di risposta. La vita genera vita. La pienezza
di vita di una comunità o di una provincia irrobustisce
la vocazione di chi è debole e aiuta a vivere creativamente
la fedeltà.
Come ipotesi di partenza ho scelto alcuni criteri di vitalità
per una comunità o provincia di vita consacrata: attrattiva
vocazionale, bassa età media, capacità di rinforzare
l’adesione e fedeltà al proprio Istituto, capacità
di mobilitare i membri per compiti e forme di vita di maggiore
impegno, capacità di coinvolgere i laici, specie i giovani,
significatività nella Chiesa e nel territorio.
Con questa relazione desidero indicare un processo di ricerca
e di confronto dei segni e dei percorsi di vitalità,
con la consapevolezza che tanti Istituti si trovano già
su questa strada.
PRIMA PARTE:
Ricerca di segni di vitalità
1. Presenza della vita religiosa maschile nella Chiesa
italiana .
La vita religiosa ha radici profonde nella storia e cultura
italiana e se le vicende delle soppressioni nell'800 ridimensionarono
drasticamente la presenza degli ordini monastici e di gran parte
dei mendicanti, nella prima parte del secolo scorso la ripresa,
sostenuta dalla forte espansione degli istituti moderni, ha
permesso una fioritura di presenze pastorali, testimonianze
di santità, opere sociali e culturali.
Con i primi anni 70 inizia a delinearsi un consistente calo
vocazionale, ed insieme si trasforma la tipologia antropologica
delle persone che chiedono di entrare. Non è più
l'adolescente a domandare d’essere accompagnato ad un
progressivo inserimento nell'istituto, ma si fanno avanti giovani
ventenni, e poi, in un lento ma costante crescere dell'età,
si arriva ai trentenni, se non quarantenni. Nello stesso tempo
il miglioramento delle condizioni di vita amplia la fascia dei
religiosi anziani ponendo le comunità di fronte alla
necessità di attivare e garantire adeguate strutture
e sistemi di assistenza. Bisogna quindi cambiare dall'interno
la fisionomia strutturale della vita religiosa maschile italiana,
certo in prospettiva la transizione riguarderà anche
intensità e profondità della presenza ecclesiale
e sociale degli Istituti, ma per ora su questo versante il mutamento
appare più rallentato.
Dal punto di vista quantitativo i 24.422 religiosi italiani,
dei quali 3340 operano all'estero in comunità dipendenti
da una provincia italiana, costituiscono con il 27% il gruppo
più consistente tra i religiosi europei. A questi andrebbero
poi aggiunti i 2474 religiosi di origine italiana, ma che nel
corso del tempo si sono poi inseriti definitivamente in province
estere.
La vita religiosa italiana ha quindi dato un forte contributo
allo sviluppo della presenza ecclesiale, in termini di impegno
missionario, di primo annuncio (Africa e Asia) e di sostegno
a quelle chiese locali carenti di personale autoctono (America
Latina ed in particolare Brasile).
In questi ultimi anni si assiste ad un mutamento che segna
una inversione del flusso: non più dall'Italia all'estero,
ma viceversa.
Se nel 1999 la quota di religiosi esteri residenti stabilmente
in Italia era il 2,4% del totale, nel 2003 era cresciuta al
4,5%. Analogamente a quanto avviene per il clero diocesano,
la presenza di religiosi provenienti da altre nazioni supplisce,
almeno in parte, ai vuoti di un perdurante calo vocazionale.
È dagli anni 80 che il flusso dei novizi si è
stabilizzato intorno ai 500 annui, il che, a sua volta, permette
di mantenere costante intorno a 2500 all'anno il numero dei
professi di voti temporanei. Dati che, pur depurati di quel
25% rappresentante la quota di religiosi di origine estera che
sono qui solo per gli studi teologici, collocano la presenza
vocazionale negli istituti italiani al livello della Polonia
e molto al di sopra di paesi quali Francia e Germania che con
noi condividono molti tratti della loro storia e fisionomia
religiosa. Pertanto se da un lato è corretto non occultare
le difficoltà che nascono dal diminuire delle vocazioni,
non sarebbe corretto limitare la riflessione a come e quando
chiudere comunità, o a gestire la riduzione della presenza
nelle opere, perché nuovi volti, persone che ancora sentono
il fascino della sequela evangelica si fanno avanti e non intendono
essere semplicemente i curatori della fine. E’ allora
importante che insieme si rifletta su quale testimonianza potrà
dare una vita religiosa, numericamente meno robusta di quella
che noi stessi frequentiamo, ma non per questo necessariamente
meno vivace e propositiva. Non è che manchino vocazioni,
è che sono insufficienti a garantire un adeguato ricambio
generazionale. Infatti se osserviamo la distribuzione dei religiosi
per classi di età (Tab.1) si evidenzia un netto invecchiamento,
generalizzato, se si eccettuano gli Istituti di recente formazione,
che porta
Tab. 1 Distribuzione per età dei religiosi appartenenti
ad una Provincia italiana.
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| Classe di età |
Totale
100%
(24422) |
| Fino 29 |
30-39 |
40-49 |
50-59 |
60-69 |
70-79 |
80 e più |
| 8% |
12% |
10% |
14% |
22% |
19% |
15% |
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ad uno squilibrio tra risorse
umane necessarie al mantenimento delle opere e persone effettivamente
in condizioni di potersi impegnare in attività che richiedono
energie, capacità di lavoro, creatività, fattori tutti
difficili a conciliarsi con gli acciacchi e l'indebolimento della
vecchiaia.
È interessante però notare che gli
istituti, pur consapevoli dei vincoli che una tale situazione pone
al loro agire, si impegnano a mantenere una presenza territoriale
caratterizzata da una fitta rete di opere che in modo eloquente
rendono visibile l’apporto della vita religiosa all’evangelizzazione
e animazione pastorale della realtà italiana.
E’ un’influenza non tanto legata a specifiche iniziative,
quanto connessa al fatto che le comunità esistano. Quasi
inevitabilmente esse divengono punto di riferimento sia in ambito
formativo sia per le attività pastorali (animazione della
preghiera e della liturgia, aiuto per le attività assistenziali,
ecc.), indipendentemente da un coinvolgimento diretto nella vita
parrocchiale. Sta qui il radicamento della vita religiosa nell'ambiente
e la sua capacità, d’essere memoria evangelica anche
per chi si colloca ormai ai margini della vita cristiana.
L’articolazione dei settori di attività
ed animazione è quella che la storia della vita religiosa
italiana è venuta a delineare nel corso degli ultimi cento/centocinquanta
anni. Una qualificata presenza nella cultura, anzitutto nella scuola
con la gestione di 236 Istituti scolastici, aventi circa 73500 studenti,
95 centri di formazione professionale che coinvolgono 24000 giovani,
116 centri culturali, 70 librerie, 77 case editrici, 30 emittenti
radio televisive e 332 riviste. E’ un’attività
culturale che costituisce un efficace canale per la diffusione e
conoscenza del magistero ecclesiale e la formazione, in senso cristiano,
dell’opinione pubblica. Su questo fronte i religiosi sono
da decenni una presenza viva ed efficace. Si pensi all’impegno
che l’editoria riconducibile a Congregazioni o Istituti ha
profuso per la diffusione, conoscenza ed approfondimento dell’insegnamento
del Concilio Vaticano II.
Un’altra area di impegno e presenza è
data dalla testimonianza di solidarietà verso le situazioni
d’emarginazione e disagio sociale. Da sempre gli Istituti
animano creativamente e con flessibilità di azione strutture
che non solo “assistono” ma danno al povero opportunità
per una diversa qualità esistenziale. E’ un impegno
che si rende visibile attraverso le 94 strutture socio-educative,
i 76 centri di assistenza ai poveri (mense, alloggi di emergenza,
ecc.), le 29 realtà di accoglienza per immigrati, alle quali
si affiancano le 55 strutture sanitarie, i 57 centri di assistenza
per tossicodipendenti ed ammalati di AIDS e i 94 Istituti per disabili.
Nello stesso tempo c’è un altrettanto ampio impegno,
anche se meno documentabile proprio a motivo della sua diffusione
capillare, in ambito formativo sia per cambiare le strutture mentali
nelle quali si radicano i comportamenti d’emarginazione sia
per attivare percorsi di ricerca verso nuove modalità di
sostegno ed aiuto delle persone provate dal disagio esistenziale.
Per molte comunità maschili accanto alle opere è la
parrocchia a caratterizzare il rapporto con la chiesa locale. Nel
2003 delle 25.806 parrocchie italiane 1.354 erano affidate a religiosi
attraverso una convenzione diretta con l'Istituto e 271 affidate
a titolo personale a singoli religiosi.
Se teniamo come punto di riferimento le 2.834 comunità
presenti in Italia nel 2003 ci accorgiamo che poco più della
metà, ma con notevoli variazioni regionali, risulta, in qualche
misura, coinvolta nell'attività parrocchiale. Allora non
è tanto la vita religiosa ad essere presente nella struttura
parrocchiale, quanto viceversa. C'è una “parrocchialità”
della vita religiosa che gli Istituti, molto più delle diocesi,
avvertono come problema.
Vi sono poi 631 santuari o chiese non parrocchiali
che danno, specie in ambito locale, una peculiare fisionomia alla
azione pastorale di una comunità religiosa. Così altrettanto
qualificati sono in questo senso i 413 oratori o centri di pastorale
giovanile, le 301 strutture pastorali ed i 93 centri di missioni
al popolo.
In questi ultimi decenni c’è stato
un impegno di tutti gli Istituti a dare una forte testimonianza
di spiritualità, venendo incontro ad una istanza sempre più
diffusa e sentita a livello sociale ed ecclesiale. Abbiamo attualmente
241 case di spiritualità, alle quali si affiancano 183 centri
di assistenza spirituale, con un notevole impegno di persone e strutture
materiali.
Sono dati che nella loro sinteticità delineano
una vita religiosa che non si rinchiude su se stessa, perché
“Le varie difficoltà, derivanti dalla contrazione del
personale e delle iniziative, non devono in alcun modo far perdere
la fiducia nella forza evangelica della vita consacrata, che sarà
sempre attuale e operante nella Chiesa. Ciò che si deve assolutamente
evitare è la vera sconfitta della vita consacrata, che non
sta nel declino numerico, ma nel venir meno all'adesione spirituale
al Signore e alla propria vocazione e missione.” (VC 63).
2. La conferenza del Superiori Maggiori.
Quando nel 1960 il S.P. Giovanni XXIII ricevette
in udienza i partecipanti al I Congresso Nazionale CISM, assemblea
nella quale si delineò la fisionomia della Conferenza, egli
incoraggiò i partecipanti ad “approfondire l’intesa
tra Superiori Provinciali dei singoli Istituti; studiare i problemi
riguardanti la formazione religiosa, specialmente dei giovani; trasmettersi
i frutti delle diverse esperienze di governo e di azione apostolica,
per venire incontro con maggiore preparazione alle esigenze della
vita odierna”.
Una prospettiva teologica e pastorale da subito
assunta come linea guida della CISM e che ha poi trovato conferma
nel decreto conciliare “Perfectae Caritatis” ed in molteplici
documenti del magistero pontificio, sino alla sua configurazione
giuridica nel canone 708 del CJC.
Nel trascorrere degli anni la CISM è cresciuta,
soprattutto a livello regionale e diocesano, dando vita a strutture
che permettono una buona collaborazione tra gli Istituti ed un dialogo
unitario con le diocesi.
A livello nazionale è l’Assemblea
generale, la quale ordinariamente si svolge a novembre, l’organo
supremo della Conferenza e ad essa vi partecipano i 252 Superiori
Maggiori degli Istituti operanti in Italia, molti dei quali hanno
poi molteplici presenze all’estero.
Il Consiglio di Presidenza è l’organo
esecutivo centrale ed è composto dal presidente (d. Alberto
Lorenzelli, sdb), dai vicepresidenti (p. Donato Sardella, ofm, p.
Danilo Bisacco, cssr, p. Marco Tasca, ofm conv.), dal segretario
generale (p. Fidenzio Volpi, ofmcap) e a quattro consiglieri.
In ambito locale la struttura regionale si è
modellata sull’analoga organizzazione della conferenza episcopale,
quindi abbiamo 16 conferenze regionali. I segretariati diocesani
sono solo 149, su 227 diocesi, in quanto in molti casi l’esiguità
territoriale delle diocesi oppure la scarsa presenza di comunità
religiose hanno consigliato la creazione di strutture comunionali
interdiocesane.
Nell’assemblea annuale vengono affrontate
tematiche che, in sintonia con la più ampia riflessione ecclesiale,
interpellano più da vicino la responsabilità formativa
e di governo del Superiore Maggiore(1).
Sul finire degli anni novanta si è colta la necessità
di andare oltre la complessa e delicata questione del ridimensionamento
delle presenze (2), per
aprire la riflessione su come, in una situazione caratterizzata
dalla diminuzione in termini di persone e comunità, la vita
religiosa possa essere presenza attiva nel dialogo intraecclesiale.
Gli Istituti sono consapevoli di non potersi estraniare dall’impegno
all’evangelizzazione che anima la chiesa italiana.
Nella proposta ecclesiale tematizzata per il prossimo
convegno ecclesiale di Verona i religiosi hanno colto la sollecitazione
ad essere loro stessi “testimoni di Gesù risorto speranza
del mondo”. Di qui non solo l’impegno ad un’attiva
partecipazione alla fase preparatoria del Convegno, ma anche la
decisione di orientare la visione programmatica della Conferenza
a partire dall’identità del cristiano individuata in
1Pt 2,4-5 nella quale si esplicita il senso della testimonianza.
Tale dimensione non può essere relegata al solo ambito privato
o alla cerchia dei “rapporti corti e gratificanti”,
oppure alla mera enunciazione di valori senza il coinvolgimento
personale. Piuttosto si evidenzia la necessità di connotare
la testimonianza con il coraggio, capace di bilanciare la prospettiva
personale, “che si esprime nell’investimento personale”
e quella comunitaria “che manifesta il rilievo pubblico della
fede” (cfr n. 6 Testimoni di Gesù Risorto, speranza
del mondo). In altri termini siamo di fronte alle più volte
enunciata scelta di valori, orientata all’essere, prima che
al fare, trasformando dal di dentro i luoghi e le esperienze fondamentali
del vivere e realizzando quella trasparenza del Cristo che è
la santità “misura alta della vita cristiana ordinaria”
(NMI 31).
Il documento preparatorio della C.E.I. al cap.
II salda il tema della testimonianza, del Risorto e della speranza,
a partire dalla fede pasquale che abilita all’annuncio della
speranza della risurrezione: “Come Gesù Risorto rigenera
la vita nella speranza?” Si fissa l’attenzione non tanto
sulla risurrezione, quanto piuttosto su Cristo Crocifisso Risorto
“centro della testimonianza cristiana […] nome della
speranza cristiana […] speranza viva che (la Chiesa) intende
offrire agli uomini di oggi” (D.P.C.V. n. 6).
L’orizzonte di riflessione ecclesiale del
Convegno di Verona è stato pertanto assunto come “quadro
di valori” per orientare il percorso quadriennale della CISM,
è una programmatica che s’inscrive nell’orizzonte
di comprensione della testimonianza: “Contemplando il volto
crocifisso e glorioso di Cristo e testimoniando il Suo amore nel
mondo, le persone consacrate accolgono con gioia, all'inizio del
terzo millennio, il pressante invito del Santo Padre Giovanni Paolo
II a prendere il largo: «Duc in altum!» (Lc 5, 4). Queste
parole, risuonate in tutta la Chiesa, hanno suscitato una nuova
grande speranza, hanno ravvivato il desiderio di una più
intensa vita evangelica, hanno spalancato gli orizzonti del dialogo
e della missione” (RdC 1).
Nella nostra prospettiva ci si vuol interrogare,
in modo particolare, “se la vita consacrata sia ancora una
testimonianza visibile, capace di attrarre i giovani” (RdC
12). Ci muove la convinzione – non così evidente in
altri ambienti e sarei tentato di dire anche nei nostri Istituti
- che le sfide del nostro tempo “possono costituire un potente
appello ad approfondire il vissuto proprio della vita consacrata,
la cui testimonianza oggi è più che mai necessaria”
(RdC 13).
Non possiamo non menzionare – in questo contesto
- il drammatico elenco di tanti nostri confratelli e consorelle
che sono stati inscritti “in questi ultimi anni [nel] Martirologio
dei testimoni della fede e dell'amore […] Le difficili situazioni
hanno richiesto da non pochi tra loro l'estrema prova di amore in
genuina fedeltà al Regno. Consacrati a Cristo e al servizio
del suo Regno hanno testimoniato la fedeltà della sequela
fino alla croce. Diverse le circostanze, varie le situazioni, ma
una la causa del martirio: la fedeltà al Signore e al suo
Vangelo, «poiché non è la pena che fa il martire,
bensì la causa» (RdC 9).
Esplicitare “le ragioni della nostra speranza”,
significa dare voce alle motivazioni che rispondono del presente
in ragione del futuro della VC in Italia. “Nel tempo della
ragione debole e del disincanto – afferma il documento preparatorio
della C.E.I. – occorre riuscire a dire che Cristo è
la ragione della speranza che è in noi” (D.P.C.V. 11).
Non di meno i “ [I consacrati], aperti alle necessità
del mondo nell'ottica di Dio, mirano ad un futuro con sapore di
risurrezione, pronti a seguire l'esempio di Cristo che è
venuto fra noi a dare la vita e darla in abbondanza (cfr. Gv 10,
10)” (RdC 9). Occorre anche da parte nostra un credibile recupero
di “sensibilità, passione, intelligenza, spirito critico:
tutto questo è necessario per comprendere le ragioni della
speranza cristiana” (D.P.C.V. n. 11).
L’attività formativa della Conferenza si è venuta
articolando in molteplici proposte attraverso seminari, convegni,
ricerche che vedono volta a volta come propri interlocutori formatori,
superiori di comunità, economi, accanto alla quale va poi
considerata la qualificata proposta culturale espressa dalla rivista
“Religiosi in Italia” che offre una puntuale e sistematica
documentazione sull’attività e presenza dei religiosi
nella vita ecclesiale.
3. Collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana.
Le diverse iniziative della Conferenza si collocano
nell’orizzonte del “camminare insieme” (Chiesa
italiana con le varie Diocesi, con i consacrati presenti in ognuna
di esse e con i Laici), nella sinodalità effettiva e affettiva
richiesta non solo dalle Mutuae relationes conformi all’ecclesiologia
di comunione e partecipazione indicata dal Vaticano II, ma anche
dal cammino verso il Convegno ecclesiale di Verona: cartina di tornasole
per quelle mutue relazioni.
In questi anni l’ecclesiologia di comunione
ha plasmato la consapevolezza e l’azione pastorale di tutta
la chiesa italiana. Tutto ciò ha creato un clima nuovo, nel
quale gli elementi di comunione, di incontro e dialogo delineano
un quadro fatto di vera collaborazione, reciproca fiducia, dove
ci si dà vicendevolmente credito.
Rimangono tuttavia ancora dei problemi aperti, il primo dei quali
è dato dal fatto che la vita religiosa non sempre risulta
essere adeguatamente valorizzata e stimata nella sua specificità,
quanto “utilizzata” per le attività che sostiene
(le “opere”) oppure per la supplenza al clero diocesano
al quale garantisce in situazioni di carenza di personale o di emergenza
pastorale la sua presenza.
Nello stesso tempo le chiese locali avvertono,
con disagio, che il più ampio orizzonte pastorale nel quale
operano gli Istituti (raramente infatti il territorio di una provincia
religiosa combacia con quello di una diocesi) può portare
a scelte che non si conciliano con le esigenze pastorali di una
diocesi. Tutto ciò poi si accentua nelle piccole dimensioni
di molte realtà ecclesiali italiane, dove piccolo vuol dire:
asfittico, debole, povero di mezzi ed anche la chiusura di una casa
religiosa può essere avvertita con molto disagio. In tale
conteso gli Istituti talvolta avvertono nelle diocesi richiese legate
più a bisogni locali e parziali (assunzione di parrocchie,
supplire alla mancanza di clero diocesano, ecc.) che ad una rispettosa
comprensione e valorizzazione del carisma proprio di una famiglia
religiosa.
Pertanto accanto a situazioni nelle quali il rapporto
tra Istituti e Chiesa locale è scorrevole, sostanzialmente
buono e privo di particolari tensioni, vi sono poi realtà
caratterizzate da relazionalità debole, o più semplicemente
da vicendevole estraneità. Perché la presenza della
vita religiosa sia vitale dentro le aspettative della Chiesa, è
necessaria una “conversione relazionale”, che favorisca
collaborazione e scambio tra i soggetti ecclesiali. E’ questa
la via che può condurre ad un ascolto fraterno tra Chiese
locali ed Istituti religiosi, favorendo una effettiva collaborazione
per meglio rispondere alle sfide all’odierna realtà
sociale e culturale. Si tratta di esprime una relazionalità
che già è presente dentro l’esperienza ecclesiale,
ma che in ragione della sua “debolezza” risulta poco
visibile ed incisiva, mentre essa permetterebbe di mettere in dialogo
le diverse fisionomie spirituali, stimolandole a ritornare all’essenziale
ed alla riscoperta dell’alterità.
Un problema particolare, da più parti rilevato come emergente
nel corso degli ultimi anni, è la tendenza a lasciare l’Istituto
per l’incardinazione diocesana (meno il reciproco). C’è
in tutto ciò il riflesso di una crisi della vita religiosa
derivata da un indebolirsi della fede e dalla testimonianza carismatica.
Nello stesso tempo sarebbe opportuno che le diocesi attuassero un
più attento discernimento nell’accogliere persone che
presentano segni di fragilità spirituale.
Possiamo concludere dicendo che la progettualità
relazionale presente in Mutuae relationes non è stata adeguatamente
compresa, e, quindi è rimasta parzialmente inattuata. Resta
però importante mantenere viva l’intuizione di fondo
di una chiesa nella quale non esistono “corpi separati”,
ma la diversità è riconosciuta come dono dello Spirito.
4. La vita religiosa nelle regioni.
La CISM ha una presenza locale con le conferenze
regionali dei superiori maggiori, o loro delegati per la regione,
sul modello di articolazione territoriale delle conferenze episcopali
regionali (Tab. 6).
Tuttavia, come si è già ricordato, la presenza regionale
sia dei superiori maggiori, per la gran parte residenti tra Lazio
(27%), Triveneto (10%), Lombardia (8%) e Campania (9%), che delle
comunità è molto differenziata a livello territoriale.
Potremmo dire che essa è immagine di una storia secolare
e pluriforme: si pensi solo alle presenze monastiche o francescane
nel centro Italia, e di peculiari dinamismi nella fondazione di
nuove comunità come fu nel secolo scorso di quelli Istituti
nati dall’intuizione carismatica di santi come S. Giovanni
Bosco, S. Giovanni Calabria, San Leonardo Murialdo, San Luigi Orione,
ecc. Queste diverse vicende alcune molto localistiche, altre aventi
da sempre un più ampio respiro creano inevitabilmente rapporto
molto diversi per intensità e sensibilità pastorale
con le chiese locali.
Talvolta possono emergere tensioni o incomprensioni,
che negli ultimi anni si connettono spesso alla necessità
di dover chiudere comunità, ridurre presenze, passare la
mano negli impegni pastorali, le parrocchie in primo luogo. Paradossalmente
è proprio a motivo del fatto che la vita religiosa è
stimata ed apprezzata non solo dai battezzati frequentanti la vita
ecclesiale, ma anche dall’insieme della popolazione; che sorgono
malumori, resistenze, pressioni al fine di condizionare le decisioni
quando un Istituto si trova nella necessità di attuare un
ridimensionamento della propria fisionomia strutturale. Sono comunque
difficoltà che ordinariamente vengono superate senza lasciare
strascichi di malumore.
Un altro punto problematico nelle relazioni tra
Istituti e diocesi è evidenziato nella fatica a coordinare
le rispettive progettualità pastorali. L’ambito parrocchiale
è quello sul quale più facilmente è dato di
incontrarsi sia attraverso un’assunzione diretta nella gestione
delle parrocchie (il 6% delle parrocchie italiane è affidato
a religiosi, ma con una più forte incidenza nelle diocesi
del Centro) sia con la partecipazione (missioni popolari, predicazione,
confessioni, celebrazioni di S. Messe, ecc.) in funzione di sostegno,
talora di supplenza, all’azione di un clero che in mancanza
di nuove vocazioni sempre più avverte, invecchiando, il peso
della cura pastorale. E’ una collaborazione che avvicina e
dalla quale, nel tempo, potrà nascere anche un maggior senso
di corresponsabilità, consapevoli che non è più
possibile agire separatamente. Tuttavia in molti casi i religiosi
avvertono il limite di una presenza nella quale non sono, ordinariamente,
chiamati ad operare secondo la peculiarità del loro carisma,
ma ad essere quasi un “clero di riserva” al quale attingere
per fronteggiare ineludibili urgenze pastorali.
I religiosi auspicherebbero una maggior attenzione
alla specificità del loro carisma, anche da parte dei Vescovi.
Ciò implica una conoscenza non superficiale della vita consacrata,
per cui da diverse parti si torna ad auspicare l’opportunità
che durante la formazione seminariale, e poi nei corsi di formazione
permanente, sia proposta una adeguata conoscenza degli Istituti
religiosi evidenziando gli aspetti della pastorale ai quali possono
apportare, secondo il loro carisma e in spirito di comunione, un
contributo di idee, proposte operative, presenze e collaborazione.
La geografia della presenza religiosa, come lo è quella dell’articolazione
diocesana, si trova in molti casi squilibrata rispetto alle esigenze
pastorali dell’odierna società italiana, in quanto
riflette una distribuzione maturata nei secoli in tutt’altro
contesto ecclesiale e sociale. Vi è un addensamento al Centro
Italia: nei territori dell’antico stato pontificio risiede
tuttora il 40% dei religiosi mentre, vi abita il 20% degli italiani;
perdura invece una rarefazione al Sud dove opera il 27% dei religiosi
e vive il 37% dei cittadini. Anche questo panorama nei prossimi
anni conoscerà una sua rapida trasformazione, e per quanto
riguarda il Centro si sommerà ad una drastica e fin da ora
evidente mancanza di clero diocesano e solo in parte potrà
essere perseguita l’attuale strategia di supplire con l’immissione
di preti provenienti dall’estero.
Infine la nota che più evidenzia lo stallo nel quale ci si
trova ad operare: il funzionamento delle commissioni miste vescovi-religiosi/e.
Le diverse regioni presentano al riguardo una situazione estremamente
differenziata: in alcune (poche) la commissione funziona ed è
un luogo non solo di dialogo, ma anche di effettiva programmazione,
in altre esiste di fatto solo nel decreto di nomina ed il funzionamento
si riduce a qualche incontro nel quale non si va al di là
di un generico scambio d’impressioni. Quello che manca è
l’individuazione di un metodo, non solo per quanto concerne
la composizione e la definizione dei temi da trattare, ma ancor
più la specificazione del ruolo che un tale tipo di commissione
può svolgere in ordine ad una più robusta comunione
tra Istituti e realtà diocesane. In molti casi incontri saltuari
e generici nei contenuti producono indicazioni scarsamente incisive
sulle quali tutti sono d’accordo a motivo della loro ovvietà,
oppure, all’opposto, in ragione della intrinseca vaghezza.
Le difficoltà che si sono venute evidenziando
sono da collocare all’interno di un sistema relazionale che
negli ultimi decenni ha visto consolidarsi i legami comunionali
all’interno della Chiesa italiana e la consapevolezza di dover
affrontare insieme le sfide che la modernità pone a tutti
i cristiani. E’ una strada che per il prossimo futuro gli
Istituti religiosi intendono proseguire nella convinzione che il
ridursi di presenze renda ancor più urgente e necessario
perseguire una sempre più articolata collaborazione pastorale.
|
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| ALLEGATI Tab.1 Composizione
dei religiosi aggregati ad una provincia italiana secondo luogo
di residenza.
|
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Residenti in Italia |
Residenti all'estero |
Totale |
| Italiani |
Non italiani |
Italiani |
Non Italiani |
Italiani |
Non Italiani |
| Preti |
15.210 |
688 |
1.160 |
834 |
16.370 |
1.522 |
| Fratelli |
3.186 |
168 |
165 |
295 |
3.351 |
463 |
| Diaconi
per. |
71 |
6 |
6 |
8 |
77 |
14 |
| Stud.
Fil/teo |
1.302 |
451 |
44 |
828 |
1.346 |
1.279 |
| Totale |
19.769 |
1.313 |
1.375 |
1.965 |
21.144 |
3.278 |
|
| |
| Tab.2 Variazione % dal 1999 al 2003 nella composizione
dei religiosi aggregati ad una provincia italiana secondo luogo di
residenza. |
| |
| |
Residenti in Italia |
Residenti all'estero |
Totale |
| Italiani |
Non italiani |
Italiani |
Non Italiani |
Italiani |
Non Italiani |
| Preti |
-3,0% |
+76,0% |
-13,8% |
+29,1% |
-3,9% |
+46,8% |
| Fratelli |
-9,4% |
+57,0% |
+6,4% |
+147,9% |
-8,8% |
+104,9% |
| Diaconi
per. |
-21,1% |
-64,7% |
0,0% |
0,0% |
-20,6% |
-41,7% |
| Stud.
Fil/teo |
-6,3% |
-22,2% |
0,0% |
+31,6% |
-6,0% |
+5,8% |
| Totale |
-4,4% |
+19,9% |
-11,3% |
+40,3% |
-4,9% |
+31,3% |
|
| |
| Tab. 3 Composizione dei religiosi aggregati ad
una provincia italiana secondo la cittadinanza. |
| |
| |
1999 |
2003 |
Variazione |
| Italiani |
22234 (89,9%) |
21144 (86,6%) |
-4,9% |
| Non
Italiani |
2496 (10,1%) |
3278
(13,4) |
+31,3% |
| Totale |
24730 (100,0%) |
24422 (100,0%) |
-1,2% |
|
| |
| Tab. 4 Opere e servizi pastorali. Area
Evangelizzazione.
Parrocchie affidate alla “Provincia” nr. 1.360
Parrocchie affidata “ad personam” nr. 263
Santuari e chiese non parrocchiali nr. 631
Case di spiritualità nr. 241
Area Solidarietà.
Strutture socio-educative nr. 94
Strutture per l’accoglienza di emigrati nr. 29
Strutture per assistenza dei poveri nr. 79
Strutture per assistenza tossicodipendenti nr. 57
Strutture sanitarie nr. 55
Case di riposo nr. 92
Strutture per disabili nr. 94
Area Cultura
Istituti scolastici nr. 232 (alunni: 72.997)
Scuola materna nr. 50
Scuola elementare nr. 82
Scuola media inferiore nr. 132
Scuola media superiore nr. 118
Centri formazione professionale nr. 95
Librerie nr. 70
Case editrici nr. 77
Emittenti radio/TV nr. 30
Riviste nr. 332 |
| |
| Tab. 5 Presenza dei religiosi delle province italiane
in stati esteri. |
| |
| |
Nr.
Comunità |
Nr.
religiosi |
Nr.
Novizi |
| Europa |
94
|
420 |
15 |
| Africa |
168 |
1.084 |
96 |
| Nord-America |
28
|
140 |
5 |
| Centro-
America |
21
|
87 |
7 |
| Sud-America |
156 |
845 |
59 |
| Asia |
92 |
613 |
82 |
| Oceania |
2 |
8 |
-- |
| Medio
Oriente |
20 |
|
1 |
| Totale |
602 |
3.278 |
265 |
|
| |
| Tab. 6 Composizione delle conferenze regionali
CISM. |
| |
| Regione |
Superiori
Maggiori* |
Delegati
di superiori maggiori** |
Tot.
Istituti presenti *** |
| Piemonte |
17 |
32 |
49 |
| Lombardia |
21 |
39 |
60 |
| Liguria |
10 |
16 |
26 |
| Triveneto |
26 |
27 |
53 |
| Emilia
Romagna |
11 |
22 |
33 |
| Nord |
85 |
136 |
|
| Toscana |
15 |
36 |
51 |
| Umbria |
09 |
17 |
26 |
| Marche |
08 |
14 |
22 |
| Lazio |
69 |
12 |
|
| Centro |
101 |
79 |
|
| Abruzzo-
Molise |
04 |
27 |
31 |
| Basilicata |
02 |
23 |
25 |
| Campania |
22 |
40 |
62 |
| Calabria |
06 |
25 |
31 |
| Puglia |
12 |
41 |
53 |
| Sicilia |
14 |
32 |
46 |
| Sardegna |
05 |
21 |
26 |
| Sud |
65 |
209 |
|
|
| |
| * Nr. di Superiori maggiori che hanno nella regione la sede della
provincia, indipendentemente dalla estensione territoriale della stessa.
** Nr. di delegati rappresentanti per ogni Istituto nella regione
il rispettivo Superiore Maggiore.
*** Nr. di Istituti presenti nella regione. |
| |
SECONDA PARTE:
Proposta di vie di vitalità
Nella prima parte di questa relazione ho presentato la sintesi di
alcuni dei tanti numeri legati ai religiosi italiani, alle opere
e servizi pastorali e ai vari fronti in cui si trovano impegnati.
Ora alla luce di questi segni, vorrei offrire la proposta di alcuni
percorsi che possono dare o ridare vitalità. La domanda che
ci poniamo riguarda i fattori che determinano tale vitalità
e conseguentemente le strade da percorrere per dare vitalità.
Questo processo di identificazione dei segni e
dei percorsi di vitalità ci aiuta a prestare attenzione alla
cultura della provincia. Tale cultura è costituita dalla
mentalità, dai criteri di valutazione, dai modelli di comportamento,
dallo stile personale e comunitario, dal modo di essere nella Chiesa,
dalla concezione di vita consacrata, dalla pratica dei consigli
evangelici, dal profilo di consacrato che la provincia o la comunità
propongono.
Talvolta nella provincia ci può essere una
cultura debole, che non aiuta al superamento delle fragilità
vocazionali, che non irrobustisce la fedeltà, che non attrae
vocazioni, che non ha efficacia nella missione e che ha poca incidenza
nel territorio. Al contrario nella provincia ci può essere
una cultura propositiva, che favorisce il superamento delle debolezze,
la fedeltà vocazionale, il fascino del carisma sui giovani
candidati, l’efficacia pastorale, la significatività
di presenza.
Vi segnalo per questo quattro vie da percorrere
per favorire una cultura della provincia, che favorisca la crescita
in vitalità. Si tratta di una lettura sistematica dei segni
di vitalità appena presentati nella prima parte e nello stesso
tempo di una rivisitazione delle priorità di cammino della
vita consacrata odierna alla luce della prospettiva della vitalità.
1. Primato di Dio
La vita consacrata è centrata sul primato
di Dio, la sequela radicale di Cristo, la disponibilità allo
Spirito. Tale convinzione è presente nei consacrati; ciò
che fa difetto è la sua espressione comunitaria e visibile.
Spesso i giovani e i laici non si accorgono che lo stile di vita,
il modo di organizzare il lavoro, le relazioni sono segnate da questo
primato, radicalità e disponibilità. Singolarmente
siamo buoni religiosi; manca la testimonianza comunitaria e la profezia
istituzionale.
Anzitutto si tratta di dare il primato a Dio e
al suo Regno nella propria vita. Al di là di tutti i carismi,
attività apostoliche e itinerari di formazione, la realtà
centrale e ragion d’essere della vita consacrata è
semplicemente il centrare tutto su Dio. Il consacrato è essenzialmente
un “uomo di Dio”; questo deve trovare espressione oltre
che nella vita personale, anche nella vita comunitaria.
Noi siamo chiamati alla sequela di Cristo. L’ispirazione
per questa vita concentrata su Dio e sul suo Regno è Gesù
Cristo. Tutta la vita di Gesù è una totale disponibilità
al Padre suo e all’impegno di annunciare e rendere presente
il Regno. Noi, per centrare la nostra vita sul Padre, ci identifichiamo
con il Signore Gesù, assumendo i suoi sentimenti e la sua
forma di vita. Noi, sotto l’ispirazione e con la disponibilità
allo Spirito, ci mettiamo al seguito di Cristo nei solchi tracciati
da un fondatore, che ci offre il suo carisma e il suo modo di seguire
Gesù.
Non si può vivere la vita consacrata con
autenticità senza una profonda relazione con Dio, il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo. Qui sta il segreto fondamentale della
vitalità di un consacrato e di una comunità religiosa.
Ciò implica che il consacrato e la comunità approfondiscano
la loro fede alla scuola della Parola di Dio. Si tratta di una fede
che sfocia in una preghiera semplice e cordiale con Cristo vivo
nell’Eucaristia; in un atteggiamento permanente di gratitudine
al Padre, datore di ogni bene; in una attenzione docile all’azione
rinnovatrice dello Spirito. Mediante la fede e la preghiera tutta
la vita viene elevata a Dio e pervasa da lui. La spiritualità
diventa allora l’aspetto privilegiato della vita consacrata.
Si tratta di una spiritualità rinnovata,
in cui sono stati integrati nella tradizione del proprio Istituto
gli orientamenti conciliari, insieme alla recente riflessione teologica
e ai nuovi influssi spirituali. Ciò porta, per esempio, ad
una accoglienza attiva della Parola di Dio, ad una celebrazione
più viva ed autentica della liturgia, ad una pratica più
convinta della preghiera comunitaria e personale, ad un impegno
di maggior unità tra apostolato, vita comunitaria e preghiera.
Oggi la spiritualità sta infondendo in persone
e in comunità una nuova forza vitale. Basta pensare all’Adorazione
Eucaristica che sprigiona in molti consacrati le energie per vivere
uno stile radicale di vita e per donarsi in un servizio generoso
ai più poveri. Lo stesso si dica per altre espressioni della
vita spirituale, quali la “lectio divina”, l’affidamento
a Maria, il discernimento spirituale, la comunicazione della fede.
Se Dio non è al centro della vita di un consacrato e di una
comunità di consacrati, la loro vitalità è
semplicemente impossibile. Dove manca la vita spirituale rischiamo
di avere confratelli “bruciati nell’azione” e
non tanto “contemplativi nell’azione”.
2. Profezia di testimonianza
Il voler centrare la vita su Dio come ha fatto
il Signore Gesù porta il consacrato ad abbracciare insieme
ad altri un tipo di esistenza, che è interamente orientata
alla sequela radicale di Cristo e alla disponibilità docile
allo Spirito. Il voto di obbedienza, per esempio, viene fatto proprio
per compiere in tutto la volontà di Dio; il voto di povertà,
per vivere la propria totale dipendenza da Dio; il voto di castità,
per amare Dio e i fratelli senza divisione del cuore (cf. LG 42).
I consacrati sono consapevoli che la chiamata è un dono singolare
del Padre a loro, ma è ancora di più un dono alla
Chiesa e al mondo. Quando Dio chiama alcuni alla vita consacrata,
è senza dubbio per amore di ciascuno di loro, ma è
soprattutto per un servizio alla Chiesa e ai fratelli.
Questo servizio consiste primariamente nella testimonianza
profetica, ossia nella capacità di comunicare un messaggio
che tocca il cuore, di ricordare che ci sono realtà definitive,
di sfidare lo stile di vita o i valori proposti dal mondo, di presentare
un modo alternativo di vivere, di mostrare una proposta di vita
pienamente umana. La Chiesa e il mondo hanno sempre bisogno di ricordare
che a Dio si deve il primato; che nelle parole e soprattutto nell’esempio
di Gesù Cristo si trova il vero e pieno compimento della
vita umana; che lo Spirito è il Signore e dà la vita.
La sessualità, il possedere e il disporre
di beni materiali, il decidere di sé autonomamente sono valori,
ma non devono diventare beni assoluti, perché solo Dio è
assoluto. Questa è la “terapia spirituale” che
i consacrati sono chiamati a proporre all’umanità e
che fa della loro vita consacrata “una benedizione per la
vita umana e per la stessa vita ecclesiale” (VC 87). Inteso
bene, questo è il loro servizio di critica della cultura
odierna e di riserva escatologica sul tempo presente.
La testimonianza richiede visibilità e deve
suscitare fascino. Il primo paragrafo di “Vita consecrata”
dichiara che “con la professione dei consigli evangelici i
tratti caratteristici di Gesù, vergine, povero ed obbediente,
acquistano una tipica e permanente ‘visibilità’
in mezzo al mondo” (VC 1). Tra questi segni visibili vi può
essere la pratica della povertà individuale e comunitaria,
il vivere in abitazioni semplici ed anche l’abito del religioso.
La consapevolezza della propria vocazione consacrata e del compito
primario di rendere testimonianza dà un impulso vitale alla
loro vita. Essi debbono fare ogni sforzo per inculturarsi e avvicinarsi
alla gente, ma senza nascondere la propria identità, senza
paura di essere riconosciuti e apparire differenti, alternativi
o controculturali.
I consacrati rendono pure testimonianza mediante
il compimento della loro missione apostolica. Molti di loro scelgono
di abbracciare forme di vita e di apostolato più impegnative
e di maggiore radicalità, come l’inserimento nelle
zone di conflitto, nelle baraccopoli o nei campi dei profughi, come
il lavoro nelle missioni “ad gentes”, vissuti come alternativa
alla cultura consumistica. Essi intraprendono questi e altri servizi
apostolici non primariamente per alleviare la povertà. Essi
non sono operatori sociali, ma la loro preferenza per i poveri vuole
far visibile e tangibile l’amore di Dio. Infatti molti dei
servizi resi dai consacrati, quali scuole, ospedali, centri di formazione
professionale, vengono offerti anche da altre agenzie ed istituzioni,
e spesso con molta competenza; se i consacrati si impegnano in essi,
è per offrire la testimonianza dell’amore.
Un altro elemento che dà testimonianza e
vitalità alla vita consacrata è costituito dall’amore
e dalla gratitudine per il fondatore e per il carisma da lui originato.
Esso si traduce in un forte senso di appartenenza e di identità.
Esso sprigiona nei consacrati un’energia che li porta ad essere
entusiasti per la missione dell’Istituto e convinti della
sua attualità ed importanza; ad amare i propri destinatari
con una generosa disponibilità; a trarre profitto dall’esperienza
mondiale e dal nutrimento spirituale offerto dall’Istituto
per la propria vita e lavoro; a collaborare con i propri fratelli
e a condividere le ricchezze della propria spiritualità e
carisma con i laici collaboratori.
Dove c’è il senso della propria consacrazione
e il senso di appartenenza e d’identità, si vive una
profonda esperienza di riconoscenza a Dio per il dono della vocazione;
si sente la fierezza di essere membro di una comunità, provincia
e Istituto; si sperimenta gioia, entusiasmo ed impegno. Allora la
propria vita diventa proposta vocazionale; nasce il desiderio di
promuovere il proprio carisma; ci si impegna a comunicare la gioia
della propria vocazione; si aiuta i giovani a scoprire il disegno
di Dio su di loro e li si invita ad accogliere il carisma del loro
fondatore.
3. Dono di comunione
Il carisma del Fondatore è inserito nel
mistero stesso della Chiesa nel suo divenire storico; infatti in
essa e per essa è stato suscitato. La vita consacrata “si
pone nel cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo”
(VC 3). Questo fatto comporta una sensibilità spirituale
che vede nella Chiesa la propria madre nella fede e il centro di
unità e comunione di tutte le forze che lavorano per il Regno.
I consacrati si sentono impegnati in essa secondo la propria vocazione,
affinché essa si manifesti al mondo come “sacramento
universale di salvezza” (Cfr. LG 48; GS 45). Il loro senso
di Chiesa li porta a identificarsi con essa e a sentirsi coinvolti
nelle sue gioie, nelle sue ansie e nel suo slancio missionario.
Manifestano quel senso ecclesiale nella comunione con tutto il popolo
di Dio e nei buoni rapporti con la Gerarchia, in fedeltà
al successore di Pietro e in collaborazione con i Vescovi, con attenzione
ai problemi della Chiesa universale e inserendosi nella Chiesa particolare.
Essi vivono l’esperienza di Chiesa nella
fraternità della comunità: “più intenso
è l'amore fraterno, maggiore è la credibilità
del messaggio annunciato, maggiormente percepibile è il cuore
del mistero della Chiesa, sacramento dell'unione degli uomini con
Dio e degli uomini tra di loro” (“Vita fraterna in comunità”
55). Oggi si riconosce sempre più la forte incidenza che
ha la qualità della vita fraterna sulla vitalità e
perseveranza dei singoli consacrati nella loro vocazione. In una
comunità veramente fraterna, dove regna un clima sereno di
famiglia, di accoglienza e di fede, dove è in atto uno stile
partecipativo nell’organizzazione interna della comunità,
dove esiste una vera condivisione di vita, preghiera e apostolato,
la corresponsabilità, la comprensione, l’aiuto reciproco,
lì c’è l’ambiente più efficace
per stimolare il singolo consacrato a crescere nella propria vocazione.
A questo riguardo un ruolo di cruciale importanza
spetta ai superiori e al loro modo di esercitare l’autorità.
E’ necessario avere superiori delle larghe vedute, che sanno
creare questo clima nelle comunità, che hanno un rapporto
personale con i confratelli, che sono sentiti come padri, amici
e fratelli. La loro vicinanza, premura, comprensione e incoraggiamento
stimolano i confratelli. L’autorità viene esercitata
come un servizio alla crescita vocazionale delle persone e della
comunità; lo stile è quello di ascolto, dialogo, animazione
e discernimento, non autoritarismo.
Il ruolo dei confratelli non è ridotto alla
semplice esecuzione; si promuove invece la corresponsabilità
di tutti nel discernere e tracciare il cammino comune. Tale figura
di superiore ispira fiducia e la consapevolezza che in lui si troverà
sempre interesse e sostegno in ogni momento.
Oltre ai superiori, non bisogna tralasciare l’impatto che
hanno certe figure carismatiche sulla vitalità di una comunità
e di una provincia. La loro presenza è incoraggiante e rassicurante;
ispira fiducia e coraggio. Sono persone di autorevolezza e semplicità,
che vivono accanto a tutti nella comunità, interessandosi
di ciascuno, facendo vita fraterna. Mediante la loro vita di ogni
giorno dimostrano la bellezza della vita consacrata e come Cristo
possa riempire il cuore di gioia e soddisfazione, nonostante le
difficoltà della sua sequela. Essi spesso aprono nuove strade
nella missione evangelizzatrice. La presenza di tali figure non
si sostituisce al necessario lavorare insieme all’interno
della comunità e della provincia, coinvolgendo pure i laici.
4. Impegno di formazione
Senza alcun dubbio la formazione gioca un’importanza
enorme nella vitalità dei membri, delle comunità e
della provincia. La formazione ha trovato un nuovo equilibrio sotto
l’impulso rinnovatore del Vaticano II. Più aderente
alla Parola di Dio, agli orientamenti della Chiesa e al carisma
del Fondatore, essa si è aperta ai segni dei tempi, alle
sfide provenienti dalla società e dalla cultura, ai nuovi
compiti di evangelizzazione nel mondo odierno e nella Chiesa locale.
Si tratta di una formazione integrale in cui le diverse dimensioni
sono compresenti ed armonizzate in una unità vitale. Al suo
cuore c’è la carità pastorale, una “speciale
comunione di amore con Cristo” (VC 15), che diviene progetto
di vita, cammino di santità, principio ispiratore e unificatore
di tutto il cammino formativo sia iniziale che permanente.
In questo cammino oggi viene privilegiata in modo
particolare la dimensione umana, fin dalle fasi iniziali, in quanto
è il necessario fondamento della risposta vocazionale. La
vitalità di un consacrato viene dall’equilibrio della
sua persona, dalla sua affettività matura, dal suo agire
libero e responsabile, dalla pratica di quelle virtù umane
che favoriscono l’incontro, il dialogo e la collaborazione.
L’esperienza ci mostra che spesso i problemi delle relazioni
umane, dell’affettività e della libertà responsabile
chiudono la persona in se stessa e intaccano l’efficacia del
suo ministero.
L’altro aspetto che condiziona la vitalità
apostolica dei consacrati è quello della formazione intellettuale.
Ci si accontenta spesso di completare il curricolo di studi richiesti
dalle fasi formative e non si accorge della strategica importanza
di un “amore per l’impegno culturale” o di una
“dedizione allo studio” (VC 98), che sono basi solide
per vivere la propria identità di consacrati e per svolgere
un’efficace azione apostolica. Diminuire l’impegno culturale
ha pesanti conseguenze, perché genera un senso di emarginazione
e di inferiorità o favorisce superficialità e avventatezza
nelle iniziative (cf. VC 98). Formare le coscienze in un’epoca
di relativismo, aiutare i laici ad assumere la dottrina sociale
della Chiesa o formarli alla missione secol | |