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Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia
Vita consacrata e chiesa locale: provocazioni ed aspettative
 
Don Alberto Lorenzelli - sdb
Presidente nazionale della CISM
Catania, 27 novembre 2007
 

"Torna a vantaggio della Chiesa stessa che gli istituti abbiano una loro propria fisionomia ed una loro propria funzione. Perciò si conoscano e si osservino fedelmente lo spirito e le finalità proprie dei fondatori, come pure le sane tradizioni, poiché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun istituto...  Tutti gli istituti partecipino alla vita della Chiesa e secondo la loro indole facciano propri e sostengano nella misura delle proprie possibilità le sue iniziative e gli scopi che essa si propone di raggiungere nei vari campi, come in quello biblico, liturgico, dogmatico, pastorale, ecumenico, missionario e sociale".

Queste indicazioni di Perfectae caritatis (1965) sono la base ecclesiologica vincolante di riferimento per tutti, sia per la natura ecclesiale della Vita consacrata (VC) e per il suo fecondo inserimento nella Chiesa locale, sia per la spiritualità diocesana stessa, di cui si stanno sviluppando in questi tempi interessanti prospettive. Tutta la questione che mi è stato chiesto di affrontare si gioca su un filo rosso che è anzitutto sacramentale: la chiesa locale attorno al Vescovo che ne rappresenta il punto di comunione è una realtà sacramentale; la stessa vita religiosa si gioca su una esplicitazione radicale della logica battesimale che – nella chiesa particolare e universale – riguarda tutti i battezzati, innestati in Cristo Salvatore.

Impostata così la questione che mi è stata affidata per fornire qualche spunto e stimolo, diventa più interessante. E lo diviene se si trovano di fronte e in reciprocità due soggetti vivi, che tendono ad essere ognuno maggiormente se stesso tenendo conto e valorizzando al massimo l’altro. Al contrario, se risaltano più difficoltà o problemi può dipendere anche dal fatto che ci si incontra, scontra o, peggio, ci si ignora senza la consapevolezza che Vita consacrata e Chiesa locale/universale camminano e sempre più devono procedere nella via esigente che il Cristo ha proposto a tutti e chiesto in particolare a qualcuno. Uscire dall’impasse è possibile puntando più in alto (e più al largo) come ottimamente ha evidenziato Papa Giovanni Paolo II all’indomani del Giubileo del 2000. In altri termini è “la misura alta della vita cristiana” che deve stare a cuore a tutti, più che altri livelli sicuramente più particolaristici, quando non addirittura all’insegna di logiche improprie, ancora molto umane e spesso contagiate da rischi di discesa a compromessi più che di innalzamento degli ideali e delle prassi di ognuno. 

Dire “Vita consacrata e spiritualità diocesana” (o consacrati e chiesa locale) – secondo la riflessione del Concilio Vaticano II, che ha nella Lumen Gentium il suo fulcro – è dunque come porre davanti a entrambi i soggetti in relazione il loro comune riferimento: Cristo, Luce delle Genti, che è contemporaneamente fondamento della Chiesa locale-diocesana (e ovviamente di quella universale), come pure dell’orientamento dei consacrati impegnati a “seguire Cristo più da vicino” onde essere una luce per tutti i battezzati impegnati, come sono chiamati ad essere e fare, in una sempre più evidente qualità pienamente discepolare del proprio seguire Cristo. Tutto ha origine nel Sacramento del Battesimo, da cui fiorisce e fruttifica la varietà di vocazioni nella Chiesa. Partendo di qui si fa della strada insieme; intraprendere altri percorsi o vecchie logiche porta solo in vicoli ciechi e grette chiusure da cui nessuno ha da guadagnare qualcosa e tutti hanno da perderci.

Tanto per anticipare uno spunto provocatorio: si ha l’impressione che dove c’è stima reciproca per il meglio che ognuno dev’essere in base ad una spiritualità esigente, c’è ottima armonia, collaborazione, valorizzazione di risorse umane, spirituali e anche strutturali; dove al contrario questo manca o scarseggia a volte si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un Lorenzo Tramaglino che cammina verso incognite più grandi di sé (leggi secolarizzazione, rischio reale di scristianizzazione e neopaganesimo diffuso) tenendo in mano … due capponi che si beccano tra loro.

Mutuae relationes o “mute relazioni”?

Il documento Mutuae Relationes precisa ulteriormente - a vantaggio di una corretta dinamica ecclesiale nella linea della comunione, con l’obiettivo della missione e dell’evangelizzazione - le direttrici di un incontro che sia fecondo.
Si resta sorpresi, «colti da suggestivo stupore – constata questo documento non ancora totalmente assimilato né dalla VC né dalla chiesa locale – se solo si pensa al fatto, la cui portata merita davvero particolare approfondimento, che le religiose in tutto il mondo sono più di un milione, ossia una suora per ogni 250 donne cattoliche, e i religiosi circa 270.000, tra i quali i sacerdoti costituiscono complessivamente il 35,6% di tutti i sacerdoti della chiesa e in alcune regioni arrivano ad essere più della metà del loro insieme, come, ad esempio, nelle terre africane e in alcune parti dell'America Latina. Le due sacre congregazioni, per i Vescovi e per i religiosi e gl'istituti secolari, nel decimo anno della promulgazione dei decreti Christus Dominus e Perfectae caritatis (28 ottobre 1965) hanno celebrato un'assemblea plenaria mista (16-18 ottobre 1975) con la consultazione e collaborazione delle conferenze nazionali dei vescovi, delle unioni nazionali dei religiosi, nonché delle unioni internazionali dei superiori e delle superiore generali. In tale assemblea plenaria furono affrontate, come temi principali, le seguenti questioni:

  • che cosa i vescovi si aspettano dai religiosi;
  • che cosa i religiosi dai vescovi;
  • con quali mezzi si possa praticamente ottenere un'ordinata e feconda azione tra i vescovi e i religiosi sia sul piano diocesano sia sul piano nazionale e internazionale».

Così si legge nell’introduzione a Mutuae relationes, il documento vaticano di oltre trent’anni fa, che delinea i rapporti tra chiese particolari e vita consacrata, per molti aspetti ancora tutti da sviluppare.
La battuta che sull’argomento qua e là gira ancora sorniona è quella di relazioni mute… non “mutuae”: il che indica purtroppo persistenti chiusure nel proprio piccolo guscio, sia esso territorialmente delimitato (più che ecclesiologicamente aperto), sia esso pseudogiuridicamente custode di autonomie che poco si mettono in gioco. Due impostazioni del genere non possono che creare difficoltà e imbarazzati silenzi o rumoreggiamenti pettegoli e ben poco lungimiranti.

«In concreto il tema delle Mutuae relationes, - sosteneva p. Aldegani alla 43a assemblea della CISM (Conferenza italiana superiori maggiori) del 2003 - continua ad essere una problematica assai viva che chiede ulteriori approfondimenti. Soprattutto è emersa la necessità di rendere sempre più attivi ed efficaci, a tutti i livelli, gli strumenti di dialogo e di confronto che il documento prevede… I temi del confronto sono spesso delicati. La strada per mettere in atto un comune discernimento, sulle modalità di ritiro di una presenza o del formarsi di un nuovo insediamento di vita consacrata è ancora molto lunga. È opportuno attivare un dialogo sia attraverso gli strumenti ufficiali (commissioni miste, conferenze episcopali regionali, consigli presbiterali diocesani) sia nel dialogo personale con i Vescovi soprattutto a riguardo delle nuove presenze sul territorio e delle situazioni in cui, nel rispetto ed in conseguenza delle decisioni degli istituti, si chiudono le opere, si sopprimono le comunità, si abbandonano, si riconvertono o si alienano le strutture. Proprio in queste situazioni sembrano incrociarsi e talora confliggere le ragioni diverse e le differenti preoccupazioni che animano superiori maggiori e vescovi. Proprio in queste situazioni ci è richiesta la pazienza e la tenacia del dialogo e dell’impegno a motivare le nostre scelte con ragioni sempre evangeliche e carismatiche e con il riferimento all’indole sovradiocesana dell’Istituto».

Questa analisi si completa con le tesi dell’allora p. Gardin, oggi Arcivescovo Segretario della Congregazione per la vita consacrata e gli istituti secolari il quale, in una sua relazione svolta a Monselice il 22 ottobre 2005, diceva: «I passi fatti compiuti in questi ultimi decenni, e anche le problematiche richiamate, ci offrono già degli stimoli interessanti per il futuro. Quali? Ne accenno solo a due.

a) Anzitutto l’esigenza di essere – noi definiti (forse con giudizio troppo laudativo) “esperti di comunione” – i primi a favorire in tutti i modi una ecclesiologia di comunione. Vorrei applicare a questo impegno una sapiente osservazione che il bel documento La vita fraterna in comunità applica alle relazioni fraterne: «Per diventare fratelli e sorelle è necessario conoscersi. Per conoscersi appare assai importante comunicare in forma più ampia e profonda» (n. 29). Abbiamo bisogno di non isolarci dentro la chiesa locale, ma di conoscere e farci conoscere, di comunicare, di condividere.
Questo significa anche adottare quegli strumenti che oggi la prassi ecclesiale mette a disposizione: gli organismi comunionali come Cism e Usmi, i rapporti costruttivi con il vicario episcopale per la VC e, dove possibile, con il vescovo, l’attenzione ai progetti e agli eventi della chiesa locale, la capacità di far conoscere il proprio carisma, ecc. Dobbiamo tutti imparare di più nella chiesa a conoscerci, stimarci, amarci, riconoscendoci tutti servitori e testimoni dell’unico Signore. Oltretutto la comunità cristiana sta prendendo sempre più coscienza di essere minoranza nella società. Non è questa un’occasione per unire le forze in nome della missione, ma anche in nome di quella pratica del comandamento del Signore che, come lui stesso ci dice, ci fa riconoscere come suoi?

b) Un secondo stimolo. Io credo che abbiamo bisogno di rimettere al primo posto delle nostre preoccupazioni di consacrati/e l’ansia di essere veri cristiani.       
A me pare che questo sia il contributo fondamentale che – prima della ricchezza di ogni carisma specifico – possiamo dare alla chiesa locale, prima ancora di ogni opera o attività, per quanto apprezzabile. Dentro la grande comunità cristiana che è la chiesa locale, le nostre piccole comunità religiose devono preoccuparsi di essere “vere comunità cristiane”, dove avviene che tentiamo e ritentiamo ogni giorno di collocare Dio al centro della vita; poiché – come afferma lo scriba che Gesù riconosce non lontano dal regno di Dio – «Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici (Mc 12, 32-33) ».

Accanto alla voce del mondo dei consacrati è interessante ricordare nel corso degli anni i vari interventi della Commissione mista vescovi-religiosi presso la CEI, e , in particolare, i messaggi della Giornata per la vita consacrata del 2 febbraio di ogni anno, come pure le omelie o messaggi dei vescovi locali soprattutto nella Festa della Presentazione, icona simbolo del dover essere luce in Cristo lux mundi.

 Reciproche attese…

Tralasciamo le attese improprie, che spesso bloccano qualsiasi dialogo, per ricercare piuttosto dei nuovi modi per venirsi incontro in modo da accogliere quanto il Signore chiede oggi alla spiritualità viva di una Chiesa in cammino e alla spiritualità che zampilla nuovamente freschezza, come deve appunto essere l’incarnarsi anche dei consacrati/e in un concreto tessuto di Chiesa viva. Le attese improprie sono – per dirla molto schematicamente – che l’altro supplisca alle nostre emergenze (così i vescovi preoccupati del crescente numero di parrocchie vacanti sono tentati di vedere i religiosi soprattutto come clero di riserva; d’altro canto alcune opere religiose che faticano a proseguire potrebbero immaginare che il venire loro incontro da parte delle chiese locali sia orientato soprattutto ad un sostegno anche materiale ma poco di più). Tra questi estremi più vistosi e per tanti aspetti fuorvianti c’è tutto lo spazio di un dialogo e di un incontro, come farebbero delle membra di un corpo… e quando un membro soffre tutti ne patiscono… quando un altro è vitale tutto l’organismo ne beneficia.

          Uso questa immagine paolina perché ben esprime il necessario “portare gli uni i pesi degli altri”, piuttosto che semplicemente porsi al centro dell’attenzione e pretendere che sia l’altro a fare il primo passo… Ma non è questa la logica della reciprocità e tanto meno del cercare insieme di far fronte a sfide comuni che il contesto contemporaneo in cui viviamo pone con crescente forza a tutti.

La riscoperta della cosiddetta “spiritualità diocesana” è una pista feconda e densa di prospettive, attingendo dal meglio del passato per inoltrarsi insieme verso il futuro. Il cuore della posta in gioco a mio parere sta qui. Non si può certo vivere con logiche da bottega quando i supermercati fanno concorrenza a tutte le particolari botteghe… Oltre l’immagine: la grossa domanda che è posta alla chiesa locale e a quella universale è proprio quella di un mondo che tende a chiudersi all’orizzonte del primato di Dio, privandosi così di un futuro e, più in radice, di speranza.

Se la diocesi e il suo DNA particolare ha una propria fisionomia anche spirituale (spiritualità diocesana) la VC vi si inserisce lealmente mettendo anche a frutto quella “specializzazione” caratteristica che deriva da un carisma proprio, riconosciuto dalla Chiesa stessa ai vari livelli: diocesano, come pure internazionale. Da un innervamento vicendevole può nascere un positivo travaso di esperienze, ad es. dall’internazionale al locale e dal locale al “cattolico”, ma con l’unica e comune preoccupazione di servire meglio il Regno di Dio e l’annuncio del Vangelo.

Nei lavori assembleari del mondo dei consacrati è una costante del rinnovamento postconciliare la riscoperta del principio dell’incarnazione e di un inserimento vivo e vitale nella vita delle diocesi: tutte le indicazioni dei superiori maggiori contengono due sottolineature di fondo, cioè anzitutto un vivere intensamente la spiritualità propria per poi e insieme condividerla e metterla a disposizione entro il tessuto comunionale che ha nella diocesi il suo primo e imprescindibile livello, per allargarsi poi con la logica dei cerchi concentrici all’intera Chiesa universale, alla cattolicità e all’ekumene dei popoli e fedi.

Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia.

Alla luce della nota pastorale della CEI Il volto missionario delle Parrocchie in un mondo che cambia del 2004, possiamo cogliere l’ideale di una presenza missionaria di Chiesa, nella comunione.

E’ necessario che tutta la Pastorale della Chiesa assuma una connotazione missionaria, che ci obbligherà innanzitutto ad essere fortemente uniti al “Mandante”, diversamente la nostra azione sarà inevitabilmente autoreferenziale e sterile. Il riconoscerci chiamati e mandato dall’Unico Signore, ci consentirà di agire in comunione, comprendendo che siamo servi dell’Unico Re per gli interessi dell’Unico Regno: uomini, donne, laici, presbiteri e religiosi.

La parrocchia si qualifica dal punto di vista ecclesiale non per se stessa, ma in riferimento alla Chiesa particolare, di cui costituisce un’articolazione.
È la diocesi ad assicurare il rapporto del Vangelo e della Chiesa con il luogo, con le dimore degli uomini. La missione e l’evangelizzazione riguardano anzitutto la Chiesa particolare nella sua globalità
…La parrocchia è dunque una scelta storica della Chiesa, una scelta pastorale, ma non è una pura circoscrizione amministrativa, una ripartizione meramente funzionale della diocesi: essa è la forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare.

…Più che di “parrocchia” dovremmo parlare di “parrocchie”: la parrocchia infatti non è mai una realtà a sé, ed è impossibile pensarla se non nella comunione della Chiesa particolare. Di qui un ulteriore indirizzo per il suo rinnovamento missionario: valorizzare i legami che esprimono il riferimento al vescovo e l’appartenenza alla diocesi. È in gioco l’inserimento di ogni parrocchia nella pastorale diocesana. Alla base di tutto sta la coscienza che i parroci e tutti i sacerdoti devono avere di far parte dell’unico presbiterio della diocesi e quindi il sentirsi responsabili con il vescovo di tutta la Chiesa particolare, rifuggendo da autonomie e protagonismi. La stessa prospettiva di effettiva comunione è chiesta a religiosi e religiose, ai laici appartenenti alle varie aggregazioni (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia n.3).

Il Parroco e la Comunità Cristiana con lui, sono quindi chiamati, come popolo di Dio, ad annunciare con la parola e con la visibilità della loro vita quella comunione che proviene dall’intima relazione d’Amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Le quattro caratteristiche della comunità presentate da Luca negli Atti, 2,42 “Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” permettono di riconoscere la potente azione dello Spirito Santo che consente di essere efficacemente testimoni. In forza di questa presenza Gesù aveva assicurato l’efficacia della testimonianza: Atti 1,8 “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”.

Oggi, però, questa figura di parrocchia si trova minacciata da due possibili derive: da una parte la spinta a fare della parrocchia una comunità “autoreferenziale”, in cui ci si accontenta di trovarsi bene insieme, coltivando rapporti ravvicinati e rassicuranti; dall’altra la percezione della parrocchia come “centro di servizi” per l’amministrazione dei sacramenti, che dà per scontata la fede in quanti li richiedono (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia n.4).

Il futuro della Chiesa in Italia, e non solo, ha bisogno della parrocchia. È una certezza basata sulla convinzione che la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo, per una Chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare. (…) Ma perché questo possa realizzarsi, è necessario disegnare con più cura il suo volto missionario, rivedendone l’agire pastorale, per concentrarsi sulla scelta fondamentale dell’evangelizzazione (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia n.5).
(…) è finito il tempo della parrocchia autosufficiente (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia n.11).

Ecco allora la preziosità di una comunità cristiana che sa organizzarsi e pianificare il suo intervento affinché ogni dono, ogni carisma gratuitamente offerto da Dio a ciascun fratello, possa essere messo a servizio di tutti affinché come chiesa/corpo di Cristo (Ef 4,16) “... tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceva forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità”.
Qui si innesta il dono speciale che Dio ha fatto alla Chiesa facendo scaturire in essa la VC, che è data per la crescita e la santità di tutto il Corpo Mistico.
Si richiede quindi ai consacrati di donare alle Comunità cristiane la forza del loro specifico Carisma, per il bene di tutti: il Carisma non appartiene soltanto ad una Famiglia religiosa, bensì alla Chiesa; ma si richiede con altrettanta forza ai Parroci di cercare, accogliere, valorizzare i carismi della VC presenti nel territorio non per assicurare piccoli servizi,  ma per programmare e garantire una vasta risposta d’amore affinché il Regno di Dio “si realizzi” oggi, in un determinato territorio.

Le Frontiere dell’Evangelizzazione

Il guado del post-Concilio sembra ancora lungo da percorrere: e sembra davvero strano che il nostro cammino sia così esasperatamente lento, in un mondo che già solo negli ultimi 20 anni ha fatto incredibili progressi (pensiamo solo al campo dell’informatica e più in generale della comunicazione). Ma nel bel mezzo di questo guado ci troviamo, e ci tocca avanzare sollecitati anche dall’evangelico “Duc in altum” di Giovanni Paolo II o – in caso contrario – rischiare l’insignificanza: alternative non ce ne sono.

Mi piace continuare con l’immagine del guado, o se volete di una barca, un barcone immenso sul quale naviga una chiesa locale, e dove viaggiano asserragliate tutte le componenti, dal vescovo al clero diocesano, ai laici, agli istituti di vita consacrata, e a tutte le altre vocazioni che rendono bella una chiesa locale. Succede che i più pessimisti pensino alla barca ecclesiale come a quelle carrette del mare che approdano sulle sponde siciliane, cariche di clandestini nella speranza di una vita migliore. La “vita migliore”, si sa, per una Chiesa locale è quella di avere un lavoro carico di senso in questo mondo, un diritto di cittadinanza in una società che parla altre lingue, una solidarietà da proporre ad un contesto che sembra abitato da individui satolli e indifferenti. Di fronte alla sfida di questa navigazione, di fronte alla prospettiva di questo approdo, a volte il barcone di una chiesa locale rischia di infrangersi contro gli scogli delle fatiche delle ‘Mutuae Relationes’ tra le diverse componenti ecclesiali. Rischia di affondare per sovraccarico di zavorra, quella rappresentata da vecchi atteggiamenti e pregiudizi, o da confusione di identità.

La sfida di fronte alla quale ci troviamo tutti, lo capiamo in una maniera sempre più lancinante, è quella dell’evangelizzazione. Di fronte alla serietà di questa posta in gioco, di fronte al rischio dell’insignificanza, molte cose bisogna buttare a mare, molte altre bisognerà chiarire e organizzare, in vista di una navigazione più efficace.
Fuori di metafora, mi sembra che dobbiamo tutti convertirci ad un’ecclesiologia più realista ed attenta, che trova un obbligato punto di riferimento nel trinomio: Chiesa locale, Vita consacrata e Territorio.

Se la parrocchia e il Vescovo sono “per natura” provocati dal territorio e quotidianamente confrontati con esso, non bisogna dimenticare che le diverse forme di Vita Consacrata sono state “per origine” provocate da un bisogno concreto individuato a livello di Chiesa locale; sono sorte per rispondere ad un grido di salvezza inascoltato, a cui i fondatori hanno cercato di andare incontro perché si accorgevano che una Chiesa locale o la stessa Chiesa universale non riuscivano a rispondere.

La tentazione sarebbe quella di dire quindi alla Vita Consacrata e ai singoli istituti che la rappresentano in una diocesi: cercate di riscoprire e realizzare hic et nunc lo specifico carisma che vi ha fatto apparire lungo i solchi della storia. Parlo piuttosto di nuove frontiere dell’evangelizzazione che mi sembrano provocatorie per tutti, dai laici ai sacerdoti e ai consacrati: frontiere per varcare le quali è bene che ognuno esibisca il suo documento di identità e paghi il suo pedaggio in termini di contributo fattivo ed entusiasta.
Il mio sogno – che mi sembra anche il vostro – è quello di un’organica collaborazione a livello di Chiesa locale in vista di queste frontiere. Vorrei individuare queste frontiere, prima di tutto in termini teologico-sapienziali, e poi più concretamente istituzionali.

1. In senso teologico-sapienziale

L’ascolto profondo dei bisogni della gente mi sembra una frontiera tra le più importanti. Vedo un rischio molto evidente, quello di chiudersi nelle proprie sacrestie e nei propri conventi, ridurre la pastorale a burocrazia e a celebrazione di sacramenti, entrando in un circolo vizioso da cui non si esce più: noi non capiamo la gente e la gente non capisce noi. C’è qui il problema di portare dentro la Chiesa nuove sensibilità, di fronte al quale paghiamo il pedaggio di una certa formazione, che ci ha abituati a stare più sulle nostre. Ci sono problemi di linguaggio, in un mondo che parla diversamente da noi.

Tutti siamo chiamati a una rivoluzione copernicana, la vita consacrata in quanto tale ha però nel suo DNA una fondamentale ‘laicità’, che non deve sovrapporsi né tanto meno essere sacrificata al ministero. Essa è una risorsa profonda per individuare un bisogno di salvezza oggi: occorre vedere prima di tutto se esso è ancora vivo o è entrato in fase di stagnazione, bisogna individuare come esso si coniuga, anche fuori dai parametri tradizionali; è necessario entrare nelle domande concrete che la gente si pone e lasciarsene provocare. Giustamente si parla di “fili invisibili ma resistenti”, che legano una comunità al territorio in termini di condivisione, di attenzione, di compassione ecc. Ma questi fili vanno individuati e irrobustiti, al servizio di una rete pastorale sempre più efficace.

All’interno di queste domande, dentro e non sopra o fuori il vissuto della gente, occorre anche portare la testimonianza della santità o almeno il suo profumo, la domanda di cosa significhi oggi santità e le sue nuove coniugazioni (il senso critico di fronte alla globalizzazione del consenso, le alternative alla politica come il volontariato, le prospettive aperte dalla comunicazione, ecc.). Anche qui la Vita Consacrata ha … pane per i suoi denti, ricca com’è di figure straordinarie e nello stesso tempo semplici di santità, allenata a dei valori magari oggi misconosciuti – come la regola di vita o le Costituzioni, l’impegno per tutta una vita, tradizioni ascetiche, ecc. – ma che andrebbero riletti secondo la sensibilità di oggi e riproposti.

2.      In senso istituzionale

Può darsi che tutto questo possa suonare come semplicemente teorico, se non astratto. Ma – sempre guardandomi in giro e non avendo la pretesa di raccontare esperienze “compiute” – vedo che nelle mani dei consacrati continuano ad esserci strumenti concreti, insuperati e formidabili per realizzare questo loro contributo per varcare, tutti assieme, queste ormai famose “frontiere dell’evangelizzazione”.

  • Un mezzo tipico di molti istituti è l’annuncio straordinario della Parola, che sia esso realizzato nelle missioni popolari, animazione di ritiri, centri di ascolto, lectio divina, ecc. Una volta superato l’equivoco del post-concilio, in base al quale si voleva assolutizzare la pastorale ordinaria, oggi si comprende il valore proprio di questi “tempi forti” dello Spirito, a condizione che essi siano doverosamente preparati e abbiano un seguito, siano voluti dalla parrocchia o da un centro abitato: in poche parole, si pongano al servizio di una Chiesa locale e non si sovrappongano ad essa.
  • Molti Istituti religiosi sono quasi esclusivamente dediti alla pastorale educativa della scuola. Anche qui un certo dibattito sull’opportunità di una scuola cattolica c’è stato e forse ci sarà sempre; ma se condotta col giusto equilibrio e un sano rispetto della laicità, la scuola non statale rappresenta una straordinaria risorsa educativa e una maniera efficace di educare le persone a Cristo. A condizione, appunto, che essa non sia un’isola rispetto alla Chiesa locale, ma operi in sinergia con una parrocchia, una diocesi, e sia a servizio degli ‘ultimi’ di oggi nell’accezione materiale e spirituale.
  • Un’altra risorsa straordinaria è rappresentata dall’area della spiritualità. Vari Istituti religiosi, a quanto io ne sappia, hanno fatto la scelta di un ritorno alla Spiritualità come ad un tema di confronto, di revisione e di animazione. Dio voglia che questo tema non si esaurisca all’interno dei conventi, ma si traduca in progetti concreti al servizio della Chiesa locale: in termini di scuola di preghiera, di offerta di luoghi dove riscoprire il silenzio e imparare a meditare, ecc. E’ vero che tutta la chiesa locale è chiamata ad una sinergia in proposito, ma il mio timore è che se i consacrati non sono i primi a farsi avanti, alla chiesa locale finirà per mancare qualcosa di concreto e di importante. E la nostra gente finirà col cercare altrove, fuori della chiesa, la risposta al bisogno di spiritualità innato nell’uomo e molto vivo anche nell’uomo del nostro tempo.
  • Affine a questa proposta di spiritualità c’è quella altrettanto concreta di comunità, di fraternità e di accoglienza. Anche la parrocchia è chiamata ad essere casa di tutti, ma il suo compito riesce meglio se affiancato da quello di una comunità religiosa aperta, che mette al servizio del territorio anzitutto la propria esperienza vissuta di comunità, di famiglia; nonché le proprie risorse e le proprie strutture; che si incontra in quanto comunità col clero locale, che organizza giornate di studio o altre manifestazioni al servizio e in sinergia con la parrocchia. Se l’irradiazione di testimonianza, di cui tanto si parla, non si concretizza in questi progetti semplici, accessibili e condivisibili a tutti, davvero una comunità religiosa (e con essa tutta la Chiesa locale) rischia di essere come una lucerna posta sotto il moggio.
  • Infine, ma non certamente in ordine di importanza, la carità, che è invece “di tutte la più grande” (1Cor 13,13). Una chiesa locale che gode di ‘scelte di gratuità’ non soltanto dei singoli consacrati, ma di una comunità religiosa (es. del servizio mensa di una comunità  religiosa) deve solo rendere gloria a Dio per questo. Ma questa lode può risuonare ancora più forte se tale servizio è vissuto come espressione di tutta una parrocchia o diocesi: es. una comunità religiosa che mette a disposizione i suoi spazi per organizzare il volontariato, sempre con e a nome di tutta una chiesa locale.
  • L’urgenza della carità mi richiama a mente lo spazio di maggiore libertà e discernimento, di cui dovrebbe godere la vita consacrata rispetto al resto della Chiesa locale. Resta il fatto che oggi la geografia della carità è perennemente cangiante, sempre nuovi spazi d’intervento si aprono, i nuovi poveri si affacciano ai nostri orizzonti col volto degli immigrati, dei senza tetto, dei nomadi. Spesso, sempre più spesso si chiede ai consacrati di muovere le tende e andare lì dove la chiesa locale non riesce ad arrivare, lì dove non ci sono altri consacrati disponibili ad andare. Sempre più spesso verrà posta a tutti noi la sfida dell’ecumenismo e del dialogo con altre religioni.

I consacrati non devono dimenticare che il Carisma è a servizio della Chiesa e non la Chiesa a servizio dei Carismi!.....

La logica “integrativa” non deve reggere solo il rapporto tra le parrocchie, ma ancor prima quello delle parrocchie con la Chiesa particolare. La parrocchia ha due riferimenti: la diocesi da una parte e il territorio dall’altra. Il riferimento alla diocesi è primario. In essa l’unico pastore del popolo di Dio è il vescovo, segno di Cristo pastore. Il parroco lo rende «in certo modo presente»  nella parrocchia, nella comunione dell’unico presbiterio. La missionarietà della parrocchia è legata alla capacità che essa ha di procedere non da sola, ma articolando nel territorio il cammino indicato dagli orientamenti pastorali della diocesi e dai vari interventi del magistero del vescovo. Ogni parrocchia dovrà volentieri avvalersi degli strumenti pastorali offerti dalla Chiesa diocesana, in particolare dagli uffici e servizi della curia. Ed è ancora a partire dalla diocesi che religiosi e religiose e altre forme di vita consacrata concorrono con i propri carismi all’elaborazione e all’attuazione dei progetti pastorali e offrono sostegno al servizio parrocchiale, nel dialogo e nella collaborazione (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia n.11).
A questo disegno complessivo diamo il nome di “pastorale integrata”, intesa come stile della parrocchia missionaria. Non c’è missione efficace, se non dentro uno stile di comunione.

… e una sfida comune 

La spiritualità diocesana si attende un reale inserimento nella cultura, nella pastorale e nel tessuto vivo di un territorio, e non solo attraverso la gestione di parrocchie a mo’ di supplenza, ma come soggetti promotori di comunione e di una spiritualità completa, testimoniata anzitutto con l’essere comunità prima ancora che nel prestare servizi; annuncio vivo, insomma, del primato e del definitivo di Dio nel precario della condizione umana; annuncio del Vangelo con tutti e in tutti i linguaggi dell’uomo del nostro tempo, costruendo soprattutto relazioni, perché Dio stesso è relazione d’amore (e questo viene incontro ad una radicale domanda di senso che non sempre e tutti riescono a soddisfare: questa è una delle frontiere nuove della VC dopo la stagione lunga della prestazione (e invenzione) di servizi alla persona, oggi in larga parte in mano di altri, ma c’è sempre spazio per un di più di anima che le diverse spiritualità della VC possono dare in raccordo cordiale con la spiritualità diocesana e quel caratteristico “genius loci” che una incarnazione vera richiede.

I consacrati si attendono dalla chiesa intera una valorizzazione per ciò di cui sono anzitutto portatori: un carisma e una spiritualità che proprio perché vissuta e da vivere in comunità può ben innervare un desiderio delle chiese di avere un respiro spirituale ampio, oltre ogni genere di chiusura, e con uno sguardo proiettato sul definitivo umano che tende alla visione ed è anticipato giorno per giorno nella contemplazione, anima di ogni forma di santità, per quanto capillarmente incarnata debba essere. In qualche caso occorre anche una migliore conoscenza teologica dell’esistere dei consacrati, che non sono superflui nemmeno nel di più, rispetto ad altri tempi, di organizzazione ed efficienza anche pastorale.

Le sfide che attendono entrambi sono epocali e non avrebbe senso affrontare un futuro da scoprire e percorrere insieme con schemi legati al passato o difficoltà per lo più su entrambi i fronti sperimentate. I galletti di manzoniana memoria di cui si diceva poc’anzi dovrebbero risultare un’immagine superata nella volontà più decisa di “camminare insieme” come la logica sinodale postconciliare dovrebbe aver innestato in tutta la Chiesa. Al futuro o si va unendo le forze (non certo omologandole) e valorizzando il meglio che ciascuno può dare: la chiesa diocesana con la sua tradizione spirituale viva legata ad un territorio e ad una storia, con tanto di santi e pionieri d’ogni genere; la vita consacrata con il suo patrimonio di universalità, particolarmente prezioso in tempi di globalizzazione. Dunque si tratta di guardarci in faccia lealmente, ciascuno in casa propria, e poi di guardarsi nel volto con lealtà e profonda venerazione reciproca per scorgere nell’altro ciò che manca ai tratti del proprio e costruire insieme il volto di una chiesa della speranza, che cammina nella comunione verso la pienezza di Dio. Quando Dio – il vero soggetto che conta – sarà tutto in tutti e trasfigurerà i singoli volti nello splendore di un Volto Risorto, luce che illumina tutti coloro che abitano nella casa comune: della concreta chiesa che vive in un territorio e della casa di tutti che è il Regno del Dio amore, che come piccolo seme germoglia e cresce.

 
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