1. Alcune lezioni della storia
Gli inizi della vita consacrata
L'imperatore romano Costantino, con l'editto di Milano
del 313, riconosce il cristianesimo come religione ufficiale
dell’Impero Romano. Lui stesso, in seguito, si convertirà
al cristianesimo. È in questo periodo che nasce la vita
consacrata in seno alla Chiesa e questo fatto non avviene certamente
per casualità. Prima di questa data il cristianesimo
aveva conosciuto parecchie persecuzioni. Diventare cristiano
non era semplice e comportava numerosi rischi. I cristiani non
avevano diritti ed erano considerati come persone al margine
della società con le loro riunioni e i loro riti. Erano
visti con sospetto, soprattutto perché non si adeguavano
al modo di vivere della maggioranza della gente. Dopo il 313
avviene un grande cambiamento per i cristiani. Non solo non
rischiano più la loro vita, ma chi è cristiano
ha in mano una carta vincente. Portare una piccola croce sul
petto aiuta a trovare lavoro e a migliorare il proprio status
sociale. Il cristianesimo diventa sempre più un elemento
importante della società e la società diventa
sempre più cristiana...
È in questo clima che nascono le prime esperienze di
vita consacrata, o più propriamente di vita più
conforme al vangelo. Alcuni cristiani cominciano a chiedersi
se gli effetti dell'editto di Milano siano da considerarsi positivi.
Non abbiamo troppo facilmente accettato i valori della società
nella quale viviamo? Siamo ancora sale per il mondo? Siamo ancora
portatori di quella luce che illumina il mondo? Basta un’omelia
domenicale in una parrocchia di Alessandria per spingere Antonio
a cambiare la propria vita: si ritira nel deserto, fuori dalla
città, per vivere una vita più evangelica. Prende
dunque una certa distanza dal modo di vivere dei cristiani di
Alessandria. È cosciente che una vita di preghiera intensa
l'aiuterà a ritrovare i veri valori evangelici. Vende
ciò che possiede e va a vivere lontano dalla città
per seguire più adeguatamente Gesù Cristo. Contemporaneamente
conserva i legami con i cristiani dalla sua città e con
la Chiesa. Nasce un movimento alterno: i cristiani vanno verso
il deserto per incontrare Antonio e per ascoltare il suo insegnamento
e questo significa che riconoscono in lui una chiamata ad una
vita più in sintonia con gli insegnamenti del vangelo,
e da parte sua Antonio torna regolarmente ad Alessandria per
incontrare i cristiani e infondere loro coraggio, presi come
sono dalle dispute cristologiche che lacerano la Chiesa.
Ma Antonio non rappresenta un caso isolato. Sono sempre più
numerosi i cristiani che si ritirano e vanno a vivere una vita
austera e di preghiera nel deserto e nelle periferie delle città.
Ed è così che la vita eremitica trova il suo posto
nella Chiesa. Nello stesso periodo anche Pacomio dà inizio
alla vita cenobitica nel deserto: sono cristiani che si radunano
in monasteri sempre più grandi per cercare di vivere
la sequela Christi. È un movimento che germoglia nel
deserto dell'Egitto nel quarto secolo. Sorgono anche altre forme:
gli stiliti che vivono in cima ad una colonna, altri che vanno
a vivere nelle caverne, ecc. La loro solitudine è un
modo per garantire una intensa vita di preghiera.
Caratteristiche
L’elemento che caratterizza gli inizi della vita
consacrata è prima di ogni altra cosa, la spontaneità.
Non c’è nulla di organizzato o di predeterminato.
Un bel giorno Antonio lascia la sua casa per andare a vivere
nel deserto spinto dallo Spirito ed il suo esempio suscita altre
vocazioni eremitiche. Secondo elemento: nascono una molteplicità
di forme di vita consacrata: ci sono gli eremiti che vivono
nella solitudine, ci sono i monasteri dove la vita comunitaria
è un aspetto importante per il nuovo modo di vivere,
ci sono gli stiliti ed altre forme ancora. Nessuno sa quali
di queste forme sopravvivrà al suo fondatore. Si incaricherà
il tempo di farne la scelta. La vita eremitica e la vita in
comunità troveranno il loro posto nella Chiesa, mentre
le altre forme un po' più stravaganti, spariranno abbastanza
rapidamente. Terzo elemento: un certo distacco nei confronti
della vita della società e della Chiesa. Antonio e Pacomio
e tanti altri lasciano la città per andare ad abitare
nel deserto.
Questo andare verso il deserto esprime bene ciò che
i primi padri del deserto hanno voluto esprimere. C'è,
nella loro scelta, un tipo di critica sul modo con cui i cristiani
dell'epoca vivono la propria fede. Diventando religione ufficiale
il cristianesimo insegue il rischio di perdere la sua capacità
di essere il sale che dà gusto al mondo. La vita consacrata
acquista una dimensione profetica. Gli inizi hanno come obbiettivo
di essere memoria vivente del vangelo. E questo è forse,
ancora oggi, la migliore definizione della vita consacrata:
essere nella Chiesa memoria vivente del vangelo. E. proprio
per questo costituisce “un dono dello Spirito alla Chiesa”,
come ha affermato il Concilio di Vaticano II.
La storia si ripete
Dopo gli inizi di una vita più evangelica nel
deserto dell’Egitto, si riproduce uno fenomeno simile
nel deserto della Palestina e già verso la fine del quarto
secolo si estende in Europa. San Martino, vescovo di Tours,
diventa monaco. Nell’Africa settentrionale sant’Agostino,
vescovo di Ippona, fonda una comunità di monaci ed una
di monache e per loro scrive una Regola, breve e piena di buonsenso.
In Europa i monasteri di monaci si diffondono molto rapidamente.
La Regola di san Benedetto, scritta al sesto secolo per i suoi
monaci, avrà un'enorme influenza su tutta la vita monastica
in Europa, soprattutto a partire da Carlomagno quando la Regola
viene imposta dal regime politico a tutti i monasteri dell'Impero.
Ma, vale la pena sottolinearlo, il successo della Regola di
san Benedetto, che dura ancora oggi, è dovuto proprio
alla sua saggezza ed al suo grande equilibrio umano.
Benedetto pensa ad una comunità con una dozzina di monaci
dove l'abate è il pater familias. Il suo monastero è,
come in Oriente, lontano dalla città in un luogo deserto.
L'opus Dei - la preghiera liturgica - è al centro della
vita monastica. L'accoglienza degli ospiti - hospes venit, Christus
venit - è il legame privilegiato con il mondo esterno.
Siamo nel sesto secolo. Ma i tempi cambiano, ed i Benedettini
si adattano alle nuove necessità. L'Europa è invasa
dai Barbari che lasciano dietro di sé devastazioni e
rovine... Ed ecco che le abbazie diventano un luogo di sicurezza
in un’Europa piena di pericoli. Allo stesso tempo diventano
luoghi dove la cultura - antica e recente - è conservata
e trasmessa. Nelle abbazie si organizzano le scuole, le loro
proprietà si espandono in continuazione e offrono il
lavoro ai contadini delle vicinanze. Le abbazie in cui risiedono
più di cento monaci non sono una rarità. L'abbazia
diventa in qualche modo una città in miniatura, dove
i monaci diventano gli specialisti della preghiera. Siamo lontano
dall'ideale che san Benedetto aveva delineato alcuni secoli
prima.
E quando dopo l'invasione dei Barbari, le strade sono sistemate
e nascono le città come noi le conosciamo oggi, si instaura
una nuova aristocrazia, quella del denaro. Le prime banche e
la prima borsa vedono il giorno nel dodicesimo e tredicesimo
secolo. Si accentua la differenza tra i ricchi e poveri. La
Chiesa, e con lei i monasteri e le abbazie, diventa sempre più
ricca e frequentemente ostenta questa ricchezza. In questo cambio
di civiltà la Chiesa vede nascere molte nuove fondazioni
religiose. Seguendo la tradizione benedettina sorgeranno i Cistercensi
che segneranno un ritorno alla Regola di san Benedetto. Prendono
le distanze dalla ricchezza di Cluny per vivere una vita più
sobria e più povera e i monaci vivranno del loro lavoro
manuale. San Bernardo lotta duramente contro Cluny. San Norberto
fonda un nuovo Ordine che armonizza l'opus Dei, la vita comunitaria
ed il servizio pastorale nelle parrocchie. Sceglierà
la Regola di sant’Agostino. San Bruno, grazie al suo amico
sant’Ugo, vescovo di Grenoble, trova un luogo ideale per
coloro che ricercano la solitudine: la Grande Certosa. I certosini
scelgono il numerus clausus e i termini possessionis - non più
di dodici monaci, così il monastero avrà una dimensione
umana e non avrà grandi possedimenti. Tuttavia il numero
dei fratelli conversi, che vivono alle dipendenze del monastero,
non è limitato. I certosini vivono isolati, ciascuno
nella sua cellula che comprende una cucina sobria e un laboratorio
per lavorare e guadagnarsi il pane. La comunità si forma
a partire dall'eucarestia. L'opus Dei è l’occupazione
principale.
Nel tredicesimo secolo vedono la luce nuove fondazioni. Parecchie
di queste nuove comunità mettono l'accento sulla povertà,
come reazione allo stile di vita della società e della
Chiesa. Molte non sopravvivranno al loro fondatore. Ma ce ne
sono due che sono giunte fino a noi: i Francescani e i Domenicani,
due Ordini medicanti. Toccato dal Cristo povero e crocifisso,
Francesco di Bernardone fonda ad Assisi l'ordine dei Frati Minori
dove l'accento è messo sulla povertà e la semplicità
di vita e sulla fraternità. Il combattimento per la pace
è al cuore del progetto di san Francesco. Domenico di
Guzman, canonico spagnolo, ritorna col suo vescovo da una missione
in Scandinavia. Giunti al Sud della Francia vengono invitati
a partecipare ad un sinodo che riunisce i vescovi e gli abati
di quella regione francese nella quale i Catari e gli Albigesi
si erano separati dalla Chiesa. Come fare rientrare questa eresia?
San Domenico comprende che i vescovi, gli abati e i preti devono
essere i primi a dare il buon esempio nel seguire il Cristo
povero e umiliato. “Per predicare la verità del
vangelo dobbiamo prima cambiare il nostro stile vita. Ne va
della nostra credibilità!”. È l'intuizione
fondamentale dei Frati Predicatori. Anche in questo caso emerge
una critica di come si vive nella società e nella Chiesa.
E ancora una volta prevale il desiderio di far nascere una vita
più evangelica e più povera. Non tutti sopravvivranno.
Ma, contrariamente a quanto avvenne agli inizi, gli Ordini Medicanti
si installarono nelle città. Ma la separazione dal mondo
viene mantenuta mediante la clausura e l'obbligo di recitare
in coro la Liturgia delle Ore, proprio come facevano i monaci.
Alla fine del quindicesimo secolo e all’inizio del sedicesimo
la società europea conosce una nuova crisi di civiltà.
È il tempo del Rinascimento e dell'Umanesimo e anche
il tempo della scoperta del Nuovo Mondo. I valori della fine
del Medioevo non corrispondono più a ciò che l'uomo
moderno ricerca. Le notizie che giungono fanno nascere una nuova
spiritualità ed un'apertura missionaria verso il continente
appena scoperto. In parecchi luoghi d’Europa i preti si
uniscono per vivere in comunità e dedicano più
tempo alla preghiera. Queste comunità di preti avvertono
l’esigenza di essere più preparati per il lavoro
pastorale. Il sostegno fraterno e la vita di preghiera sono
un aiuto per la credibilità del loro impegno pastorale.
Anche in questo caso è implicita una critica al modo
di vivere di molti chierici, compresa la gerarchia ecclesiastica
dell'epoca. La scoperta dell’America e dell'Estremo Oriente
suscita uno slancio missionario anche negli Ordini esistenti,
come gli Ordini medicanti, ma questo si riscontra anche nei
nuovi gruppi che nascono all'inizio del sedicesimo secolo. Anche
in questo caso sorgono una molteplicità di forme nuove,
più rispondenti alle esigenze dei tempi.
La Compagnia di Gesù è uno di questi nuovi gruppi
di preti che arricchiscono la Chiesa. Una forte spiritualità,
derivante dagli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio, ed
una vita centrata sulla missione ad extra permetteranno alla
Compagnia di Gesù di andare verso un avvenire ricco di
risultati pur con gli alti e i bassi che sempre li accompagnano.
La Compagnia di Gesù è considerata come il primo
Ordine religioso apostolico. Un'innovazione, difficile da fare
accettare in quel all'epoca, era l'assenza del coro. L'opus
Dei che aveva contrassegnato fino a questo momento tutti i gruppi
religiosi nella Chiesa, cambia completamente di fisionomia:
l'opus Dei non è più la liturgia delle ore che
riunisce la comunità in preghiera, l'opera di Dio diventa
la missione. E questa missione è esercitata nel mondo.
Ed è per questo che il mondo diventa la loro casa. Definiscono
il loro genere di vita come 'contemplativo nell'azione'. I gesuiti,
fin dagli inizi, si mettono al servizio del Papa, ossia a servizio
della Chiesa universale. Il loro campo d’azione è
là dove i bisogni sono maggiori. La separazione dal mondo
che caratterizzava la V.C. fino all'inizio del sedicesimo secolo,
viene sostituita dall’inserimento nel mondo. Il distacco
è sempre un elemento importante, ma diventa soprattutto
interiore. Essere nel mondo senza essere del mondo, essere nel
mondo per la vita del mondo diventa quindi la sfida di ogni
giorno.
Molti altri gruppi religiosi nasceranno attratti da questa
visione apostolica e missionaria, alcuni riprendendo lo spiritualità
ignaziana, altri elaborando una spiritualità propria,
come le Congregazioni fondate da san Vincenzo de Paoli, tanto
per citarne uno. Alcuni si specializzeranno in un settore apostolico,
come per esempio quello dell'insegnamento o dell'aiuto ai malati.
Verso la fine del diciottesimo secolo e l'inizio del diciannovesimo,
la sensibilità verso il sociale cresce, ed è allora
che nascono numerose Congregazioni di Suore, Fratelli e Padri.
Alcune di queste, pur avendo una estensione geografica molto
limitata, lasceranno un’impronta molto forte.
In questa storia della V.C. emerge una costante che si ripete:
una crisi di civiltà suscita nuove forme di vita consacrata
ed evangelica. Una nuova sensibilità, un'altra mentalità
e valori differenti richiedono nuove forme di vita consacrata.
Spesso tutto questo va di pari passo con un adeguamento al mondo
circostante e, per i gruppi religiosi esistenti, questo rappresenta
un’impresa davvero ardua. Il rischio di confondersi con
il mondo è molto frequente fino a non essere più
sale che dà sapore... Ed è per questo motivo che
lo Spirito suscita una donna o un uomo per far nascere qualcosa
di nuovo nella Chiesa: Santa Tresa d’Avila, Santa Caterina
da Siena, San Giovanni Bosco e tanti altri. Alcune Congregazioni
si sono centrate troppo esclusivamente su un tipo di opera caritativa
e questo ha costituito un problema quando lo Stato ha cominciato
a svolgere lui stesso il lavoro di cui le Congregazioni si erano
fatte carico quando nessun’altro se ne occupava.
Dalla seconda metà del ventesimo secolo e all'inizio
di questo terzo millennio stiamo vivendo nuovamente un periodo
di grandi cambiamenti. La Chiesa ha bisogno di un nuovo soffio,
e lo Spirito soffia dove vuole. In questi ultimi 50 anni nella
Chiesa sono nati dei nuovi movimenti e, un po' ovunque, abbiamo
assistito ad una proliferazione di nuove comunità. C'è
il Rinnovamento Carismatico che è come un albero solido
con una moltitudine di rami, ma ci sono anche Sant’Egidio,
Comunione e Liberazione, i monaci di Taizé, il Pane di
Vita, i Legionari del Cristo e tante altre. La diversità
è davvero grande. Come ad ogni epoca il tempo farà
una cernita, ma oggi è evidente che stiamo assistendo
ad un rinnovamento spirituale in un gran numero di movimenti
nella Chiesa. Ritornerò su questo argomento di attualità
nella terza parte della relazione. Ma prima mi vorrei fermare
su ciò che la storia della V.C. ci ha tramandato come
parte costitutiva della sua vita: i voti di povertà,
castità e obbidienza.
2. Al cuore della V.C.: povertà, castità
e obbedienza
Come abbiamo visto la V.C. ha conosciuto
modalità differenti. Alcune hanno saputo adattarsi alle
esigenze dei tempi nuovi e hanno resistito all'usura del tempo.
Ma, nonostante i cambiamenti, alcuni elementi sono stati quasi
sempre presenti: religiosi e religiose di ogni epoca hanno cercato
di vivere una vita povera e sobria, una vita casta nel celibato
ed una vita sottomessa ad un Altro. Durante i primi secoli non
si parlava di "voti" religiosi, ma il contenuto era
già presente. La Regola di san Francesco, all'inizio
del tredicesimo secolo, parla dei tre voti religiosi e, a partire
da questo momento diventa una prassi comune. Ci sono stati altri
voti pronunciati dai religiosi, alcuni sono scomparsi, altri,
come il quarto voti dei gesuiti - l'obbedienza al Papa - esistono
ancora. Ma si può dire, considerando la storia, che sono
i voti di povertà, castità e di obbedienza che
hanno costituito il cuore della V.C.
Tre dimensioni fondamentali della vita di ogni uomo
Perché la storia della vita religiosa ci lascia
in eredità questi tre voti e non tre altri? È
dovuto al caso oppure esistono delle ragioni più profonde?
Credo che la ragione più profonda è di ordine
antropologico. I tre voti religiosi fanno riferimento alle tre
dimensioni fondamentali della vita di un uomo. Ogni uomo ha
bisogno di un minimo di cose materiali per poter restare in
vita: il cibo, una casa per vivere, qualcosa per vestirsi e
per proteggersi dalle intemperie. Ogni uomo ha anche bisogno
di essere riconosciuto, sostenuto, amato, altrimenti non solo
non diventerà mai un uomo, ma deperirà anche psicologicamente.
Ogni uomo ha anche bisogno di uno spazio di libertà nel
quale decidere ciò che vuole diventare. Senza di questo
non supererà lo stadio del robot. Si tratta di tre dimensioni
fondamentali: l'aspetto materiale della nostra vita, il fatto
di essere amato da un’altra persona e l'autonomia che
rende possibile prendere decisioni autentiche. Nessun uomo può
fare a meno di queste tre dimensioni che fanno parte integrante
dell’essere creato. Sono così importanti che esiste
il pericolo che l'uomo - ogni uomo - vuole accaparrarseli. Ed
è agendo in questo modo che cominciano i problemi del
nostro mondo perché quello che io prendo in più
rende inevitabilmente più povero un’altro.
Le tre dimensioni, che ho appena descritto, sono assolutamente
necessarie per la vita dell'uomo ed è per questo che
ne costituiscono una parte integrante. Ma, allo stesso tempo,
il vangelo c'insegna che queste dimensioni sono relative. Non
sono assolute, non sono il nec plus ultra. E questo vale per
ogni cristiano e per ogni persona che vuole vivere il vangelo.
Il vangelo relativizza queste tre dimensioni della nostra vita.
Dio solo è assoluto, lui è l'unico. Ogni cristiano
cercherà di concretizzare questa relativizzazione nella
propria vita. I religiosi lo faranno in un modo più esplicito.
Ciò che ogni cristiano porta nel suo cuore, il religioso
lo porta sulla fronte! Questo significa che i nostri voti di
povertà, di castità e di obbedienza parlano di
cose che non sono completamente estranee ad ogni cristiano.
Guardiamo un istante il mondo che ci circonda ed in particolare
la pubblicità. Ogni pubblicità - nei giornali,
alla televisione, lungo le nostre strade, ecc. - ci parla di
queste tre dimensioni importanti della vita. Non ci deve sorprendere
che la pubblicità concentra la sua attenzione su questi
elementi importanti. “Devo” acquistare, perché
“devo” avere questo e quest’altro. E appaiono
sempre nuovi prodotti sul mercato. E, se voglio essere qualcuno
oggi, se voglio che gli altri mi rispettino, mi ammirino, “è
necessario” che mi procuri ciò che viene prodotto.
Perché con quel prodotto sembrerò più giovane
del mio vicino, più bello, più magro, più
alla moda. Se uso questo sapone o questo tipo di shampoo, sembrerò
più attraente.... Non sentite in tutto questo l'inganno
del seduttore? E quando possedete molto, volete avere di più,
sempre di più. Ed è così che la pubblicità
vi inviterà ad acquistare un'automobile più grande,
più potente di quella del vostro vicino. Così
avrete la sensazione di poter superare tutti gli altri in autostrada.
Voler dominare gli altri, come se questo fosse un ideale da
inseguire! La pubblicità è piena di seduttori
nascosti. Da chi o da che cosa ci lasciamo sedurre?
Nessuno può vivere senza un minimo di cose materiali.
Senza 'avere' nessuno può ‘essere'. E tuttavia
non possiamo fare di un idolo un dio: ecco l'essenziale del
voto di povertà. Rinunciare liberamente ad un certo numero
di cose - buone ed anche necessarie - perché c'è
qualcosa o qualcuno di più importante che riempie la
nostra vita. Certamente, è indispensabile per ogni persona
essere riconosciuto ed amato e anche poter amare. E chi non
conosce il desiderio di vivere una vita sessuale matura? Non
ne facciamo tuttavia un idolo. Qual è il senso profondo
del nostro voto di castità? Che il modo concreto con
cui amiamo coloro verso cui siamo mandati, come coloro che ci
circondano, renda trasparente l'amore che Dio ha per ognuno
di loro. Infine l'uomo muore spiritualmente se non trova uno
spazio per decidere chi vuole essere. Senza un minimo di libertà
e di indipendenza nessuno diventa adulto. Ma, ancora una volta,
non facciamone un idolo o un dio. Con il voto di obbedienza
vogliamo fare sapere che non siamo noi il criterio ultimo delle
nostre decisioni, ma che vogliamo essere in ascolto della voce
di un Altro.
Alla sequela di Cristo
Se proviamo a vivere i tre voti nel modo che ho appena descritto,
noi camminiamo alla sequela del Cristo. E, 'seguire il Cristo
sulla sua strada' è un buon filo conduttore per la V.C.,
come ci ha mostrato la storia. Se meditiamo san Matteo nel racconto
delle tentazioni di Gesù nel deserto (4,1-11), ritroviamo
queste tre dimensioni importanti della vita di un uomo. Se guardiamo
da vicino il racconto e ci chiediamo su che cosa il seduttore
fa leva per tentare Gesù, vediamo che la prima tentazione
fa riferimento al problema del bisogno di un minimo di cose
materiali: “Hai fame? Mangia! Trasforma queste pietre
in pane!” Nessuno può vivere senza cibo.
La seconda tentazione fa riferimento al desiderio di essere
applaudito, riconosciuto, accettato ed amato. “Gettati
della vetta del Tempio, gli angeli verranno ad accoglierti,
e così il pubblico ti applaudirà! Il successo
sarà assicurato!” Ogni uomo, e quindi anche Gesù,
ha bisogno di essere riconosciuto in ciò che è.
La terza tentazione concerne la dimensione della volontà
di dominio, di essere padrone degli altri. '”utti questi
regni con la loro gloria sono tuoi, se ti prosterni e mi adori!”
Il tentatore provoca Gesù in questa dimensione profonda
che ci rivela che ogni uomo conosce in lui il bisogno di indipendenza
che può convertirsi molto facilmente in desiderio di
dominio.
Se leggiamo il testo del san Matteo, vediamo come il tentatore
agisce. “Se sei Figlio di Dio...”. Il tentatore
invita Gesù a mettersi al centro stesso della sua vita.
“Se ce n’è uno che può farlo, sei
proprio tu, il Figlio di Dio”. In fondo, usa la stessa
tecnica per tre volte: “Sei Figlio di Dio, fa' ciò
che ti conviene, realizza ciò che desideri”. Ma,
per tre volte, la risposta di Gesù esprime esattamente
il contrario: “non sono io il centro della mia vita, è
un Altro”. Dio è il primo e l'ultimo criterio nelle
scelte che Gesù compie. Tutta la sua vita vuole essere
una testimonianza che in Dio c’è solo amore.
I vangeli sinottici pongono il racconto delle tentazioni all'inizio
della vita pubblica di Gesù, dopo il battesimo. Nel battesimo
Gesù aveva ricevuto dal Padre la sua missione: “Tu
sei il mio Figlio prediletto, colui nel quale mi sono compiaciuto”.
Questa citazione rinvia al primo canto del servitore di Jahve
del profeta Isaia (42,1-7): “Ecco il mio servitore che
io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il
mio spirito su lui, egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono, non farà
udire in piazza la sua voce, non spezzerà la canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà
il diritto.... ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo
e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione
coloro che abitano nelle tenebre”.
Ecco la missione che Gesù riceve con il battesimo. Il
racconto delle tentazioni ci lascia intravedere che Gesù,
come ogni uomo, ha conosciuto la tentazione. “Questa strada
di silenzio e di dolcezza - non grida, non alza il tono, non
spezza la canna incrinata, non spegne lo stoppino dalla fiamma
smorta – è questa la strada che devo intrapprendere?
Non ci sono altri modi per manifestare l'amore del Padre? Esiste
una strada meno difficile e più gratificante? Conosciamo
molto bene la risposta di Gesù, ma ciò che rischiamo
di dimenticare è che la sua risposta è venuta
solamente dopo aver superato i momenti di tentazione, e questo
si è ripetuto durante l’intera sua esistenza. Gli
evangelisti ci mostrano ancora un altro momento della vita in
cui Gesù ha dovuto combattere per non cadere nella tentazione,
ed è durante la Passione, nel giardino degli ulivi. Gesù
che sa che in questi momenti è in ballo la sua esistenza,
prega il Padre: “Se è possibile, passi da me questo
calice” (Mt 26,39). Gesù ha paura di fronte alla
morte, non vuole morire. Vive momenti di angoscia e di sconforto,
momenti estremamente difficili. Ma dopo questi momenti di crisi,
la sua preghiera si conclude con la frase che tutti noi conosciamo
molto bene: “Tuttavia, non come voglio io, ma come vuoi
tu!” Anche in quel momento difficile Gesù accetta,
dopo un lotta interiore, di non essere lui il criterio ultimo
delle sue scelte.
I due stendardi negli Esercizi Spirituali
I tre voti religiosi rinviano a tre dimensioni fondamentali
di ogni persona. Le tre tentazioni di Gesù nel deserto
rimandano alle stesse dimensioni fondamentali. Permettetemi
di fermarmi un momento su un testo importante nella storia della
spiritualità cristiana, gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio
di Loyola, dove troviamo un testo che ci orienta nella stessa
direzione.
Dopo la prima settimana di Esercizi, dove si medita sul peccato
presente nel mondo e nella vita di ogni uomo, e dove si fa la
scoperta della misericordia e del perdono di Dio, colui che
fa il ritiro è invitato a contemplare la vita di Gesù
nei vangeli. Si tratta di soffermarsi a lungo ed intensamente
sulla persona di Cristo per cercare la via per seguirlo. Dopo
alcuni giorni di contemplazione Ignazio propone la meditazione
dei “Due stendardi”. Immagina un grande campo di
battaglia con due eserciti dove ciascuno dei due capi - Lucifero
e Cristo - hanno il loro stendardo.
Questi stendardi rappresentano le strategie o le dinamiche
adoperate dal loro capo. Lucifero insegue la strategia del male.
Ignazio individua tre tappe. Il Maligno, prima di ogni altra
cosa, tenta di legarci in modo disordinato alla ricchezza, a
ciò che ognuno di noi possiede. Può essere il
denaro - e questo è la cosa più frequente - ma
qualsiasi cosa materiale può costituire la nostra ricchezza.
Il nostro attaccamento disordinato può orientarci anche
sulle persone, sulle nostre qualità, sul nostro lavoro,
sulla nostra missione che svolgiamo. Si tratta di un attaccamento
disordinato a ciò che in se stesso è un bene.
Ma quello che “possiede”, desidera possedere sempre
di più, e tenderà a comportarsi come proprietario.
Chiederà agli altri di rispettarlo per ciò che
possiede. Desidererà essere riconosciuto ed apprezzato.
Ignazio parla in questo caso di un onore vano. Non ciò
che è, ma l’obbiettivo di tutte le sue azioni.
È la seconda tappa che segue una logica iniziata nella
prima. C’è poi la terza tappa. Colui che vive da
“gran proprietario” e che vivrà sempre più
come qualcuno che non ha più bisogno degli altri. Si
sente superiore agli altri. Basta a se stesso. Non ha più
bisogno né di Dio né degli altri. È l’autosufficienza
stessa, l'orgoglio.
La strategia del Cristo o del vangelo è evidentemente
completamente diversa. Nella prima tappa il Cristo c'invita
ad una libertà interiore. È il contrario dell'attaccamento
disordinato con il quale il Maligno inizia il suo combattimento.
Ignazio parla della povertà spirituale come condizione
per vivere una povertà effettiva. Quello che è
internamente libero, non si lascerà mai dominare dal
successo o dalla fama, né dagli insuccessi o dall'incomprensione.
Questo significa che non rimarrà indifferente verso coloro
che gli manifestano simpatia o gli mostrano disprezzo. Ma non
è né la simpatia né il disprezzo che determineranno
la sua vita. Si lascerà guidare dall’amore e dalla
compassione di Dio. Questa è la seconda tappa nella strategia
del vangelo. Colui che è veramente libero e non si lascia
condizionare da quanto gli altri dicono o pensano a suo riguardo.
Ha trovato il suo posto di fronte agli altri e di fronte a Dio.
Diventa un uomo-per-gli-altri, un uomo-con-gli-altri. È
l'uomo che ha scoperto la vera umiltà. Ha raggiuntola
la terza tappa nel cammino del vangelo.
A questo punto Ignazio chiede a coloro che seguono il ritiro
di prendere queste due strategie come una griglia per esaminare
la propria vita, per vedere meglio come il Maligno entra in
ognuno di loro e per difendersi. Allo stesso tempo è
importante anche scoprire dove la strategia di Cristo è
già all'opera nella loro vita e chiedere la grazia di
poterlo seguire sempre meglio. Questa meditazione di Ignazio
può aiutarci a fare regolarmente una rilettura spirituale
della nostra V.C.
Conversio morum
Nella Regola di san Benedetto non si parla di voti. E, lasciando
da parte un testo importante sull'ubbidienza all'abate, la Regola
non parla esplicitamente dei tre voti religiosi. San Benedetto
preferisce parlare del conversio morum, la conversione del nostro
modo di vivere. Questa conversione sarà sempre una conversione
verso la persona di Cristo e il suo vangelo.
Il vangelo ci chiede di allontanarci da una vita governata
dal denaro e dalla ricchezza e di scegliere una vita dove impariamo
a condividere ciò che abbiamo, ciò che siamo -
come Gesù condivide i pochi pani e pesci portati dai
discepoli (Mc 6, 35-44,) e come condivide la sua stessa vita
dandoci il pane ed il vino nell’ultima cena (Mc 14, 22-25).
Il vangelo ci chiede di prendere le distanze da una vita dove
aspettiamo costantemente la riconoscenza, l'attenzione e l'amore
degli altri per noi stessi e di scegliere una vita che viene
offerta sull'esempio di Cristo. Ci ha amati con un amore in
grado di dare la propria vita per i suoi amici, e a noi chiede
di amarci con lo stesso amore (Gv 15, 12-13,).
Il vangelo ci invita a non impostare la nostra vita sul dominio
degli altri e di optare per una vita a servizio degli altri
- come il Cristo che è venuto non per essere servito,
ma per servire e dare la sua vita (Mc 10,45).
3. Per una Vita Consacrata nell’Europa del 2006
La storia della V.C. di cui vi ho dato alcuni flash all’inizio
della mia conferenza, oggi esiste ancora e continua e noi ne
siamo una prova. Alcune Congregazioni cesseranno di esistere
e non sarà la prima volta che questo accade nella storia.
Altre si adatteranno ai tempi nuovi. Ciò che consentirà
loro di trovare un nuovo slancio sarà la qualità
della spiritualità propria di ogni Istituto. Gli Ordini
e le Congregazioni monastiche sopravvivranno più facilmente,
perché il confronto con il mondo moderno è più
defionito: solo Dios basta. Dio solo è l’orizzonte
ultimo dei monaci e delle monache. Gli Ordini e le Congregazioni
apostoliche che vivono e lavorano nel mondo hanno bisogno di
una spiritualità molto più forte per potere trovare
forme nuove adatte alla sensibilità odierne.
Valori dimenticati o nuovi in Europa nel 2006
Senza volere tracciare un quadro completo della nostra
epoca – impresa sempre ardua - può essere illuminante
vedere quali sono i valori dimenticati nella cultura europea
di oggi e quali sono i valori e le sfide nuove. Infatti, nella
misura in cui saremo in grado di offrire delle risposte, la
nostra V.C. avrà un senso e non solo per noi stessi,
ma anche per il mondo intero.
Nel mondo in generale e in Europa in particolare si percepisce
un bisogno di riconciliazione, tra le persone, le nazioni e
i popoli. Non dimentichiamo che è questo desiderio di
riconciliazione che è all'origine dell'Unione Europea.
Riconciliare dei popoli in guerra da secoli, era la sfida dei
padri fondatori. Se noi guardiamo l'Europa di oggi, la grande
Europa, è evidente che si sente ancora un grande bisogno
di riconciliazione. L'assenza di guerre non vuole dire che tutti
sono riconciliati. Ma, facendo della riconciliazione una dimensione
essenziale della nostra missione come religiosi e religiose,
contemplativi e di vita attiva, ci collochiamo al centro anche
del vangelo, della Buona Notizia di Gesù. Il perdono,
il dono per eccellenza, dovrebbe essere il cuore stesso della
nostra vita di comunità. È nel perdono, come nell'eucarestia,
che può nascere ogni volta, in modo nuovo, la comunità
religiosa che diventa luogo di accoglienza di Dio che è
amore. Spetta ad ogni Ordine, ad ogni Congregazione cercare
concretamente come vivere il perdono e la riconciliazione e
come esserne testimoni.
La riconciliazione conduce alla pace, la riconciliazione è
un cammino di pace. In un mondo dove ci sono tante divisioni
e tante guerre il compito di ogni uomo e di ogni donna, ma anche
di ogni religioso e religiosa è di impegnarsi per la
pace. Anche in questo settore l'assenza di guerre non è
un criterio per dire che si è in pace. E la pace è
molto di più che stipulare un trattato di pace. La pace
rende vero e possibile il benessere - shalom - la pace vera
trasforma i nemici in fratelli e sorelle. La pace si costruisce
sull’esperienza che tutti facciamo parte della grande
famiglia umana. Se nella maggior parte dell'Europa non ci sono
state delle guerre in questi ultimi 60 anni, se noi conosciamo
la pace, è anche grazie a questo lavoro lento, ma fecondo,
di riconciliazione che ha raggiunto una dimensione anche politica.
E la pace tra diversi popoli e paesi può far intravedere
ai nostri contemporanei una pace ancora più profonda,
quella che è opera di Dio.
Ma la costruzione dell'Europa richiede da noi un impegno ancora
più grande. La strada concreta della riconciliazione
è stata quella della solidarietà. Chiaramente
all’inizio si trattava di una solidarietà economica,
che precedeva quella finanziaria e politica. Senza una solidarietà
giusta e ricercata, non si può costruire l'Europa. La
solidarietà è iniziata partendo dal carbone e
dall'acciaio. Non erano forse questi gli elementi principali
per fabbricare armi per combattere? Dopo questo inizio significativo
la solidarietà si è estesa ad altri campi dell’economia
fino a raggiungere la sfera finanziaria e politica. Questa Europa
ricca, che ha voluto l'allargamento da 15 a 25 paesi membri,
esita oggi a continuare a percorrere la strada della solidarietà,
mentre nell'Europa allargata questa solidarietà è
più che mai necessaria. Come esprimere questo bisogno
di solidarietà nelle nostre comunità religiose
e nelle nostre missioni in Europa? È il combattimento
per la giustizia che è un elemento costitutivo della
nostra fede in Gesù Cristo. Ma la solidarietà
non è necessaria solamente in Europa, infatti è
ancor più necessaria negli altri paesi poveri del mondo.
Molte famiglie religiose hanno una grande esperienza nel campo
della solidarietà internazionale. Occorre trovare delle
vie nuove per vivere la solidarietà a livello personale
e comunitario, ma anche a livello di strutture internazionali.
Siamo sufficientemente coscienti delle possibilità che
abbiamo in questo settore?
L'Europa che si sta costruendo oggi non è la stessa di
quella che avevano pensato i padri fondatori. L'Europa, con
la sua diversità di lingue e di culture, sta diventando
un’Europa inter-culturale. Le differenti onde migratorie
- people on the move – non solo non si fermeranno, ma
aumenteranno, che noi lo vogliamo o no. Ci sono state delle
migrazioni per ragioni politiche, per motivi economici, Tra
qualche anno, - come ci indicano gli studi degli specialisti
– assisteremo a migrazioni per ragioni ecologiche. Il
numero dei migranti tenderà ad aumentare ancora per diversi
anni. L'Europa diventerà una miscuglio di culture e di
religioni molto diverse. La risposta politica a questa situazione
non è semplice. Ma qual è la nostra risposta che
noi, religiosi e religiose dell'inizio del terzo millennio,
vogliamo dare? Siamo pronti al dialogo? Siamo in grado di cercare
e di trovare nelle altre culture le tracce del Dio unico? Qual
è il nostro atteggiamento nei confronti l'Islam, che
diventa una presenza sempre più significativa in molte
città europee? È evidente che il dialogo non ha
senso se non abbiamo niente da dire! Il dialogo comincia nelle
nostre comunità, nelle vie in cui abitiamo, nei quartieri
dove viviamo, e diventa indispensabile nei nostri centri di
studio, nella formazione dei nostri giovani, religiosi e religiose,
ecc. Dovremmo anche parlare di dialogo ecumenico e rendere omaggio
a Roger Schutz di Taizé. Seguendo il suo esempio altre
Congregazioni si sono aperte all'ecumenismo.
Questi valori che interpellano la nostra V.C. ci fanno entrare
nel movimento di mondializzazione o di globalizzazione che caratterizza
il mondo di oggi. Una riflessione sull'avvenire della V.C. in
Europa non può non tenerne conto.
Fare opera di riconciliazione e di pace, aprire le nostre mentalità
al dialogo e costruire un mondo più solidale, significa
orientarci verso una cultura della vita, e tutto questo in un
mondo in cui predomina la tendenza a costruire una cultura di
morte. In questa cultura della vita, tutto ciò che fa
riferimento alla famiglia - altro valore dimenticato - dovrà
avere un posto privilegiato. Come testimoniare tutto ciò
nella nostra V.C.?
Anche le nuove comunità ci interpellano
Non c’è solamente il mondo che ci interpella, ma
ci sono anche le nuove comunità, i nuovi movimenti nella
Chiesa, che conoscono una slancio nuovo. Senza entrare in una
dinamica di concorrenza, vorrei terminare questa conferenza
invitandovi a lasciarvi interrogare da queste nuove comunità.
Vi sono cinque elementi che mi colpiscono e che sono presenti
nella grande maggioranza di queste comunità.
Innanzitutto nella loro vocazione è presente una certa
chiarezza. Queste comunità sono giovani e hanno un idea
molto chiara sulla loro identità, sulla loro ragione
di essere, sulla loro missione nella Chiesa e nel mondo. Questa
chiarezza diventa attraente. Dove è andata a finire la
chiarezza nei nostri Istituti religiosi? Credo che le risposte
saranno molto diverse…
Secondo. In queste nuove comunità è presente
una certo fervore. La loro preghiera, e soprattutto la preghiera
comunitaria, è una preghiera dove il cuore ha il suo
giusto posto. Ma questo fervore oltrepassa la loro assemblea.
Spesso una gioia semplice si irradia da queste comunità.
Dove è andato a finire il nostro fervore?
Terzo. Viene riservato alla comunità molto tempo, una
comunità che vive nella gioia e nella semplicità.
Tipica in parecchie di queste comunità è la loro
composizione. Ci sono come tre cerchi concentrici: al centro,
quelli che si sono impegnati definitivamente, quasi sempre dei
celibi; in un secondo cerchio, quelli “di casa”,
i residenti, coloro che partecipano alle vita della comunità
- donne ed uomini, sposati e celibi, giovani e meno giovani
– e che si impegnano o per un tempo determinato o indeterminato;
ed infine il terzo cerchio, quello degli amici che vengono la
domenica per partecipare a l'eucaristia e (spesso) al pasto
frugale. Questo può porgi degli interrogativi in riferimento
alle nostre strutture di ammissione e alla qualità delle
nostre comunità.
Quarto, un punto forte in tutte queste nuove comunità
è il loro amore per la Chiesa, per la Chiesa gerarchica.
Questo per loro costituisce la cosa più normale. Non
significa che all’interno di queste comunità non
vi sia nessuna critica nei confronti della Chiesa, ma sempre
prevarrà l’amore per la Chiesa. Non era forse la
stessa cosa per i fondatori e le fondatrici dei nostri Ordini
e Congregazioni? Amiamo la Chiesa? Come la pioggia acida uccide
la vita nella natura, così anche le nostre critiche acide
uccidono ogni vocazione per la Chiesa.
L’ultimo elemento presente in queste nuove comunità
è Maria, la Madre di Gesù. Anche qui si tratta
di un’evidenza: Come seguire Gesù lungo il suo
cammino senza ricordare sua madre Maria? La preghiera del cuore
si farà accanto a Maria, ma anche la presenza delle donne
e soprattutto di donne sposate che vivono nella comunità
con i loro bambini, farà sì che Maria abbia il
posto speciale che le compete non solo a livello puramente familiare,
ma anche considerando l'economia della salvezza.
Affidiamo l'avvenire della V.C. in Europa a Maria, qui a Fatima,
in questo luogo dove lei ha voluto farsi presente a noi.