| Le Sfide della Vita Consacrata in Europa |
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UESM - Assemblea Generale | 6-12 febbraio
2006 |
Sr. Enrica
Rosanna FMA |
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“L’occhio vede soltanto la sabbia, ma il cuore
illuminato è in grado di vedere la fine del deserto e
la terra fertile”.
Questo proverbio orientale dice lo spirito con cui affronto
il tema: il cuore colmo di speranza.
La “speranza” è stato il filo rosso che
ha guidato il 2° Sinodo sull’Europa (Gesù Cristo,
vivente nella sua Chiesa, Sorgente di speranza per l’Europa)
ed è il filo rosso che dovrebbe guidare i tempi difficili
della storia, anche della storia della vita consacrata in Europa.
Fin che c’è vita c’è speranza…
e finché c’è speranza c’è vita…
Abbiamo bisogno di speranza per approdare alla terra fertile
che per ciascuno di noi – per grazia di Dio consacrati
– si chiama “forza di osare di più, capacità
di inventarsi, fremito di speranze nuove, ebbrezza di camminare
insieme, solidarietà generosa, comunione profonda, in
una parola “prendere il largo” con “fiducioso
ottimismo” (GIOVANNI PAOLO II, Novo millennio ineunte
58) per dare un apporto significativo alla nostra Europa, la
terra beata che ci ospita e ci dona le sue ricchezze. Abbiamo
bisogno di speranza per acquisire quella sapienza di cui la
vita consacrata che vive in Europa forse ha oggi bisogno: la
sapienza, che è uno dei doni dello Spirito. La sapienza
che dobbiamo attingere al libro della speranza, l’Apocalisse,
alla cui luce si dipana l’Esortazione apostolica Ecclesia
in Europa: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo
Spirito dice alle Chiese” (2,7); “Non temere! Io
sono il Primo e l’Ultimo. Il Vivente” (1,17-18);
“Svegliati e rinvigorisci ciò che sta per morire”
(3,2); “Prendi il libro … e divoralo” (10,8-9).
Prendere il largo, come ha scritto Saint-Exupery, con spirito
aperto e magnanimo: “Se vuoi costruire una barca, non
radunare insieme delle persone per procurare la legna, preparare
gli attrezzi, distribuire i compiti e organizzare il lavoro,
ma piuttosto risveglia in esse la nostalgia per il mare aperto
e infinito”.
Ma qual è l’identikit di questa Europa che ha
tanto bisogno di speranza? Quali sono le sfide con cui la vita
consacrata deve oggi confrontarsi?
Il ventesimo secolo ha visto sostanzialmente tre rivoluzioni:
quella russa, che ha portato al potere nella parte orientale
dell’Europa l’ideologia marxista trasformatasi poi
in comunismo; la rivoluzione fascista, che ha visto l’affermazione
in Italia e Germania di una idea forte contrapposta sia al comunismo
sia al capitalismo e che ha cercato di dare una identità
nuova al vecchio continente. La terza rivoluzione è stata
invece una rivoluzione non nazionale e non cruenta ma tecnico-scientifica:
la nascita e l’espandersi dell’era informatica e
della globalizzazione con tutte le conseguenze che ha portato
nel costume, nel modo di pensare e di agire, nella cultura,
nella società europea tutta.
Questa rivoluzione, figlia del liberalismo, è oggi
vincente e convive senza traumi con i postumi delle altre due
rivoluzioni, e l’Europa - dell’est e dell’ovest
- ne porta il peso e il sogno. Peso e sogno che convivono con
una minaccia che tiene tutti con il fiato sospeso: il terrorismo.
Beslan, Madrid, Mosca, Londra… non sono soltanto un ricordo…
Il peso e il sogno, il grande sogno tradito, che ha condotto
masse enormi di persone a premere ai confini del nostro continente
alla ricerca di un eldorado, effimero e virtuale, che in realtà
non esiste. Migrazioni interne, innanzitutto, dall’est
verso l’ovest, ma anche dal cosiddetto terzo mondo –
dall’Asia, dal Sudamerica e dall’Africa equatoriale
– che hanno sradicato intere generazioni dalle proprie
radici culturali e religiose per inserirle in una realtà
socio-culturale con prospettive, abitudini, modi di pensare
e di fare totalmente diversi da quelli delle proprie origini.
Migrazioni singole e di massa, che nelle mani di gente senza
scrupoli, sono diventate una via di introduzione e di comunicazione
di mafie, malavita, droga.
Peso e sogno di una situazione di pluralismo culturale e di
mercato religioso senza precedenti, carica di conflitti più
che di composizioni, in cui prospera la dittatura del relativismo,
in cui si perde il senso del sacro e particolarmente il rispetto
per il sacro nel senso più alto, per Dio (RATZINGER J.,
Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani, Roma,
Biblioteca del Senato, Sala capitolare del Chiostro della Minerva
13 maggio 2004), in cui il rapporto con le società musulmane,
reso urgente dal fenomeno migratorio, è tutto da studiare.
Peso e sogno di uno scenario globale in cui convivono segnali
preoccupanti di degrado sia semi di speranza, che reclamano
la terra buona in cui far frutto:
-
smarrimento e rifiuto della memoria e dell’eredità
cristiana, accompagnato da agnosticismo pratico e da indifferentismo,
ma anche riaffermazione che l’Europa non può
prescindere dal “fatto” Gesù Cristo,
che è stato l’humus nel quale hanno affondato
le proprie radici i popoli europei;
-
paura di affrontare il futuro, con la conseguente perdita
del significato della vita, ma anche profonda ricerca di
senso che caratterizza in particolare le giovani generazioni;
-
aumento della solitudine, anche quando non mancano i
beni materiali, crisi di appartenenza, fatica di inserimento
sociale per le persone immigrate, ma anche atteggiamenti
e iniziative di collaborazione e solidarietà;
-
tentativo di far prevalere un’antropologia senza
Dio e senza Cristo unito al trionfo dell’apostasia
silenziosa dell’uomo sazio che vive come se Dio non
esistesse, ma anche coraggio di riaffermare la verità
di Dio e la verità della persona umana come fondamento
dei diritti inalienabili di ciascuno;
-
Esperimenti sempre più arditi di manipolazione
dell’uomo, ma anche impegno per la costruzione di
una cultura della vita.
Peso e sogno di uno scenario complesso e ambiguo che diventa
un appello per la Chiesa e a fortiori per la vita consacrata,
la mia, la vostra, una vita che vogliamo spendere senza riserve
per il Regno.
Peso innanzitutto. Dobbiamo fare i conti con un contesto
complesso e ambiguo che non solo non è tendenzialmente
cristiano, ma giudica il cristianesimo dall’alto in
basso, come si guarda un vecchio cappotto fuori moda.
Sembra di sentire l’eco di una domanda che ha 2000
anni: “«Cosa potrà mai venire di buono
da Nazareth?» (Gv 1, 46). Gesù nella sua predicazione
parte «perdente»: viene da un luogo disprezzato,
non è conosciuto come rabbino, ma come artigiano (Mc
6, 3), non fa parte del «clero», non fa parte
del sinedrio, non è neppure un’autorità
in senso politico, economico o culturale. C’è
un solo uomo che gli dà credito pubblicamente: il Battista.
Ma Erode lo elimina. Così Gesù comincia la sua
corsa a ostacoli, per comunicare un messaggio che i suoi non
avrebbero accolto (Gv 1, 11), ma che noi abbiamo accolto e
sperimentato nella luce della sua Pasqua, da cui attingiamo
il coraggio di annunciarlo.
Peso anche all’interno di una vita consacrata che
patisce l’invecchiamento, la crisi vocazionale, le defezioni,
ma ricerca anche le strade per vivere quella sapienza del
crepuscolo dalla quale viene la speranza per vivere un futuro
diverso.
E poi sogno, il sogno che è sfida: amare un mondo
che ci disprezza, e consegnargli un messaggio che verosimilmente
non accoglierà. Ce lo aspettiamo questo rifiuto, ma
non è motivo per abbatterci. È nel rifiuto che
il seme muore, ma Dio è più forte, e può
far rinascere ciò che gli uomini uccidono. Del resto
Gesù ci ha preparato: «Quando il Figlio dell’uomo
tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?»
(Lc 18, 8).
Sogno che nei luoghi di frontiera è già realtà
per la vita consacrata: carismi secolari continuano a testimoniare
la luce del Vangelo; comunità di vita contemplativa
accolgono vocazioni proprio nei Paesi che appaiono più
toccati dal secolarismo; comunità di consacrati e di
consacrate vivono dove si trova la maggior esclusione sociale;
comunità di consacrati/e nascono per far fronte alle
nuove povertà: droga, Aids, prostituzione, abuso dei
bambini… Comunità religiose sono ricercate come
oasi dello spirito, altre – come Taizé –
diventano lievito per migliaia di giovani; nuove forme di
consacrazione nascono continuamente e comunità di antica
fondazione continuano ad essere luoghi di gioia e di comunione.
Dobbiamo aspettare il rifiuto e prepararci, certi che il
tempo che oggi viviamo è tempo di Dio, certi che è
concretamente possibile comunicare la fede agli uomini e alle
donne di oggi e che la fede ha in sé una forza umanizzante
ed è capace di costruire storia, solidarietà,
civiltà. Certi che la fede ci conduce a farci carico
delle domande ineludibili della persona umana e a trovare
in Gesù i criteri per rispondervi sia sul piano etico
come su quello più ampiamente antropologico e storico.
E altrettanto certi che, forti della forza di Dio, possiamo
lasciarci coinvolgere (senza lasciarci schiacciare) dai cambiamenti
attuali, possiamo comprenderli, interagire criticamente con
essi perché il cristianesimo è in grado di orientare
al bene anche gli attuali processi storici.
Certi di poter trovare una risposta anche di fronte alle
inevitabili domande: cosa fare di fronte ai problemi interni
come l’età che avanza, la fragilità delle
giovani generazioni, la drastica riduzione delle vocazioni?
e con i problemi della missione, come attuare l’evangelizzazione
nei Paesi economicamente ricchi ma scristianizzati e in quelli
più poveri e deboli sia economicamente sia spiritualmente?
Il sogno, nella prospettiva della fede, è certezza.
Questa fede è la nostra sfida. Il nostro è un
tempo di grazia? Allora, perché non osare la speranza?
Rileggo un brano del Vangelo (11^ domenica del tempo ordinario)
nel commento di p. Ermes Ronchi. “Chiamati a sé
i dodici, Gesù li inviò, dopo averli così
istruiti: Predicate che il Regno dei cieli è vicino…
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi…”.
Ognuno di noi, oggi in Europa, è il 13° apostolo,
ognuno scrive il suo quinto vangelo, riceve la stessa missione
dei 12. Non esiste alcuna scuola che insegni a diventare apostolo,
salvo quella di Gesù, perché non sono le parole
che contano, ma la passione e lo stupore che contengono. E
come testimoniare che Dio è vicino se in noi non brucia
questa passione? Se non crediamo che la messe è molta
ed è Lui che l’ha seminata? Se non sappiamo fare
gesti di pietà e compassione?
La duplice missione dell’apostolo, per oggi e per
tutti i tempi, è la stessa: esistere per Dio, per guarire
la vita e credere che i campi di Dio non sono aridi, ma biondeggiano
di messi. E che le messi vanno falciate, raccolte in covoni,
trebbiate, macinate, impastate, perché diventino pane…
L’Europa è la messe… e una messe abbondante.
Osiamo allora la speranza e domandiamoci: concretamente, che
cosa possiamo fare?
Innanzitutto fidarci di Dio e del suo Vangelo. Il Vangelo
della speranza non delude. Nelle vicissitudini della storia
di ieri e di oggi è luce che illumina e orienta il
cammino; è forza che sostiene nelle prove; è
profezia di un mondo nuovo; è indicazione di inizio
nuovo; è invito a tracciare vie sempre nuove che sboccano
nell’Europa dello Spirito, per farne una vera “casa
comune” dove è gioia vivere.
Che cosa fare allora? Mi sembra di cogliere recentemente
– ha detto S.E. Mons Grab – nella conferenza tenuta
in Vaticano per commemorare il 40° anniversario del Perfectae
caritatis – la presenza di un fatto nuovo in questa
nuova casa europea, che è particolarmente interessante
e significativo per la vita consacrata. Ecco la sfida: ci
sono segnali che gli Europei stanno mettendosi in ricerca.
I recenti drammi che hanno percosso il mondo hanno fatto crollare
certezze idolatriche e ripropongono questioni fondamentali
per il futuro dell’umanità, di cui la vecchia
Europa che sempre, nel bene e nel male, è stata il
motore della storia, deve farsi carico.
Tocca a noi consacrati e consacrate, figli e figlie di questa
terra, l’impegno di incrociare queste strade di ricerca
e percorrerle con i nostri fratelli e le nostre sorelle per
dare ragione della speranza che è in noi e contribuire
alla costruzione della casa comune, che è la nostra
casa, la casa di tutti. Tocca a noi l’impegno di giocare
il ruolo che nel loro tempo ebbero nella costruzione dell’Europa
Benedetto, Bernardo, Cirillo e Metodio, Francesco, Domenico,
Caterina, Teresa, Francesco di Sales, Brigida, Filippo Neri,
Giovanni Bosco, Edith Stein… e tanti altri uomini e
donne con le loro Famiglie religiose.
Ma «ciò suppone - ricorda Vita consecrata -
un Documento che a 10 anni dalla sua pubblicazione conserva
tutta la sua vitalità - una seria preparazione personale,
mature doti di discernimento, fedele adesione agli indispensabili
criteri di ortodossia dottrinale, di autenticità e
di comunione ecclesiale. […] Tale ricerca si rivela
vantaggiosa per le stesse persone consacrate: i valori scoperti
[…] possono spingerli, infatti, ad accrescere il proprio
impegno di contemplazione e di preghiera, a praticare più
intensamente la condivisione comunitaria e l'ospitalità,
a coltivare con maggiore diligenza l'attenzione alla persona
ed il rispetto per la natura (VC 79).
Sempre in Vita consecrata leggiamo: “Con i loro carismi
le persone consacrate diventano un segno dello Spirito in
ordine ad un futuro nuovo, illuminato dalla fede e dalla speranza
cristiana. La tensione escatologica si converte in missione,
affinché il Regno si affermi in modo crescente qui
ed ora. Alla supplica: "Vieni, Signore Gesù!",
si unisce l'altra invocazione: "Venga il tuo Regno"
(Mt 6, 10).Chi attende vigile il compimento delle promesse
di Cristo è in grado di infondere speranza anche ai
suoi fratelli e sorelle, spesso sfiduciati e pessimisti riguardo
al futuro. La sua è una speranza fondata sulla promessa
di Dio contenuta nella Parola rivelata: la storia degli uomini
cammina verso il nuovo cielo e la nuova terra (cfr Ap 21,
1), in cui il Signore "tergerà ogni lacrima dai
loro occhi; non ci sarà più la morte, né
lutto, né lamento, né affanno, perché
le cose di prima sono passate" (Ap 21, 4).La vita consacrata
è al servizio di questa definitiva irradiazione della
gloria divina, quando ogni carne vedrà la salvezza
di Dio (cfr Lc 3, 6; Is 40, 5)” (VC 27).
Domandiamoci: accogliendo questa sfida dell’Europa
in ricerca, quali potrebbero essere le vie pastorali prioritarie
e percorribili per farvi fronte? Provo ad individuarne alcune.
La questione della verità
L’Europa, come un po’ tutto l’Occidente,
ha enfatizzato la ricerca scientifica e tecnologica con successi,
di per sé, apprezzabilissimi. Ma chi non vede che, oggi,
ci sta sfuggendo di mano proprio quello che la corsa scientifico-tecnologica
ha ottenuto? La pretesa egemonica di un “io”, che
ha fatto centro di sé il mondo alienandosi da Dio, sta
provocando derive distruttive su tutto il pianeta.
Quel che anzitutto va recuperato in questa nostra Europa costituita
a nuova grande entità politica, è dunque anzitutto
il senso della verità.
“Che cos’è la verità”? Nelle
varie sfaccettature delle ideologie che in questi ultimi secoli
hanno segnato l’Europa, la domanda (quella stessa di Pilato
! ) resta senza una vera risposta.
Per noi fare chiarezza è riferirci al Vangelo: “Io
sono la verità” ha detto Cristo Signore.
La verità non è dunque uno sfolgorio fugace funzionale
a determinati programmi politico-sociali e culturali. La verità
non ha niente a che fare con le ideologie di turno né
con l’alternarsi delle filosofie. Anche se le varie filosofie
possono dare un loro apporto alla ricerca della verità,
esse però non ci fanno approdare a quella certezza che
pacifica il cuore perché viene da “più alto”
e da “più lontano”, perché viene da
Dio.
Quando S. Benedetto, agli albori del formarsi di un’Europa
cristiana, scrisse la sua Regola, pose un “pilastro”
su cui si è edificata non solo la nascente vita cenobitica,
ma la verità costitutiva dell’Europa.
“Al centro dell’esperienza monastica di S. Benedetto
- ha scritto Giovanni Paolo II - c’è un principio
semplice, tipico del cristiano, che il monaco assume nella sua
piena radicalità: costruire l’unità della
propria vita intorno al primato di Dio” (GIOVANNI PAOLO
II, Lettera in occasione del XX centenario della venuta a Subiaco
di S. Benedetto, patrono d’Europa).
È interessante che proprio questo patrono, nel prologo
della Regola, abbia scritto una parola autorevole e… “terapeutica”
per l’Europa di oggi che si affanna nella ricerca di pseudo
verità costruite dall’uomo nella sua corsa egoistica
al piacere, al potere, alla ricchezze.
Quel “Nulla anteporre all’amore di Cristo”
(Regola di S.Benedetto – Prologo) è infatti la
parola antica e nuovissima. Com’è nuovo il sole
ogni mattina quando ti accorgi che ti rinnova nella gioia della
luce, del calore e del tuo rapportarti al reale.
Quanto Bonhoeffer affermava: “Cristo ormai è nei
fatti” (GUZZI M., La nuova umanità”, Roma,
Paoline 2005, 80), ci aiuta a riappropriarci di questa priorità
dell’Amore di Cristo che è l’incandescente
verità della storia.
Cristo è la verità della nostra storia, la mia,
la tua, la nostra, quella di chi con S. Giovanni appoggia ogni
attesa a questa certezza di fede: “Et nos credidimus caritati
quam Deus in nos habet” (1Gv 4,16). Tutto l’Amore
di un Dio che è carità (cf 1Gv 4,8) è la
sostanza stessa della verità.
Così la parola salmica: “I sentieri del Signore
sono verità e grazia” (Sl 25,10) ci persuade che
c’è una ricerca della verità che va “oltre”
le acquisizioni del pensiero umano. C’è un “fare”
la verità nella carità che unifica in profondità
il cuore e la vita.
Quando il seguace di Cristo s’impegna a vivere quel che
dice S. Giovanni, cioè non ama a parole né con
la lingua ma coi fatti e nella verità può rassicurare
il cuore e capire che è nato (e sta continuamente nascendo)
dalla verità (cf 1Gv 3,18-19).
“Non ho gioia più grande di questo – scrive
l’apostolo dell’amore – sapere che i miei
figli camminano nella verità” (3Gv 1,4).
Non dobbiamo dunque avere paura! Proprio questa diuturna conversione
personale alla verità dell’amore ci farà
essere uomini e donne profondamente radicati nella storia e
pertanto artefici della storia.
La questione della dignità della persona
La persona prima di tutto. La persona, ogni persona, debole
o forte, bianca o nera, dell’occidente o dell’oriente,
è al centro del mondo, ha diritto d’essere rispettata
e valorizzata. Il rispetto e la valorizzazione sono un diritto
di tutti e non un privilegio di alcuni. Quante volte abbiamo
sentito e condiviso queste parole, ma quante volte – proprio
in Europa – abbiamo visto le persone calpestate, violentate,
messe da parte, insultate... Ripenso a un’affermazione
del Card. Stepinac, oggi beato, durante l’omelia della
festa di Cristo Re (31 ottobre 1943). Diceva: «La Chiesa
cattolica non conosce razze di padroni e razze di schiavi. La
Chiesa cattolica conosce solo razze creature di Dio e, se stima
qualcuno più degli altri, questi è colui che ha
il cuore più nobile e non il pugno più forte.
Per essa è un uomo tanto il nero dell’Africa centrale
quanto l’europeo. Per essa è uomo tanto il re nel
palazzo regale quanto l’ultimo poveraccio e lo zingaro
sotto la tenda» (RAVASI G., Il seme della parola. Mattutino,
Casale Monferrato, Piemme 2004, 265).
Non ci sono frontiere di razza né di lingua; non ci
sono condizioni né di pensiero né di sviluppo;
non ci sono ideologie politiche né percorsi culturali
che possano cancellare il volto di Dio nascosto dietro la vita
di ogni persona umana.
Emerge pericolosamente ancora oggi il “razzismo”.
È del 25 ottobre u.s. la notizia – riportata dal
quotidiano City, che viene distribuito gratuitamente nelle stazioni
della Metro – che due adolescenti californiane, Lynx e
Lamb, “cantano l’orgoglio bianco”. Si fanno
chiamare “Prussian Blue” e cantano l’odio.
Al telegiornale della rete televisiva Abc hanno spiegato: “Siamo
fiere di essere bianche e vogliamo restarlo. Vogliamo preservare
la nostra razza. Non ci piace questa grande confusione etnica
che c’è adesso…”. Credo non ci siano
commenti…
Questo fatto non è isolato. Ripenso a Beslan, in particolare
alle terroriste, che uccisero, paradossalmente proprio durante
la celebrazione di una festa della pace, centinaia di persone,
la maggior parte bambini. «Beslan impressiona e spaventa
per lo sfondamento di quell’argine che è l’amore
alla vita da parte di chi la vita la tesse nel suo grembo ed
è chiamata a custodirla con tutto il suo essere. La corsa
di quei bambini disperati e nudi, violentati nella loro innocenza
anche da donne che quel pudore dovrebbero insegnarlo e custodirlo,
è il segno – la ferita – che si è
passato il limite, si è varcato quel confine interiore
che si erge nel cuore dell’uomo come il baluardo più
sicuro della vita e della sua dignità».
Oggi, la persona rischia di non essere più metro della
dinamica culturale ed è sotto gli occhi di tutti il pericolo
che cresca la disumanizzazione e si aggravi sempre di più
la crisi antropologica che è – a mio avviso - il
nodo di tutte le crisi che caratterizzano il processo della
globalizzazione.
La vera scommessa della globalizzazione, che ci coinvolge
tutti in prima persona, il suo significato profondo non è
principalmente sociale o economico o politico, ma antropologico.
Pertanto, la sfida da accogliere, in primis da noi consacrati,
è quella di assicurare una globalizzazione centrata sulla
persona, una globalizzazione della solidarietà. Infatti
soltanto la centralità della persona porta a valorizzare
la comunione tra singoli e tra popoli al di sopra di ogni sistema,
idea o ideologia; a scoprire il vero significato della relazione
e ciò che l’altro – non più nemico
o concorrente – può offrire; a sviluppare il paradigma
di una civiltà planetaria e nel contempo plurale; a salvaguardare
le istanze universalistiche di ogni cultura in uno spirito aperto
alle differenze e alla molteplicità, senza alcuna volontà
omologante. La persona umana non è una cosa che si può
usare, strumentalizzare, manipolare, dominare. Non può
essere sacrificata alla storia o alla fama dei grandi o ad interessi
economici e politici. La persona umana ha bisogno di amore,
cresce nell’humus dell’amore. Deve essere rispettata
e protetta sempre.
Noi consacrati dovremmo testimoniare che solo la fede in Dio
Padre fonda in maniera sacra il valore della persona, lega a
un mondo dove esistono gli altri, i fratelli e le sorelle, con
i quali il dialogo, la familiarità, deve essere una realtà
quotidiana, che rende possibile vivere assieme, che non lascia
indifesi, anzi protegge. Si tratta di un dialogo dove la comunione
delle diversità è partecipazione delle ricchezze
personali ed è modellato sulla relazione particolarissima
che la Rivelazione descrive come vita delle tre Persone Divine
nell’Unico Dio. Questo dialogo spinge tutti a vedere il
meglio dell’altro e a radicarsi nel meglio di sé;
trasforma l’estraneo in amico, libera dal demone della
violenza e costruisce la pace. Il dialogo è l’arte
dei coraggiosi che cura le ferite della divisione e rigenera
nel profondo la nostra vita. Senza questo dialogo di qualità
non c’è e non ci sarà casa comune europea.
Il grande papa Giovanni Paolo II, parlando all’Europa,
ha lasciato scritto:
“Spetta alle autorità civili vigilare affinché
le strutture e le istituzioni europee siano sempre al servizio
dell’uomo, che non può mai essere considerato come
un oggetto che si può comprare o vendere, sfruttare o
manipolare. Egli è una persona, creata a immagine di
Dio, nel quale si riflette l’amore benevolo del Creatore
e Padre di tutti. Ogni uomo, chiunque egli sia, qualunque sia
la sua origine e le sue condizioni di vita, merita un rispetto
assoluto. Oggi, di fronte ai cantieri aperti della scienza,
soprattutto della genetica e della biologia, davanti all’evoluzione
prodigiosa dei mezzi di comunicazione e degli scambi su scala
planetaria, l’Europa può e deve lavorare per difendere
ovunque la dignità dell’uomo, sin dal suo concepimento,
per migliorare ancor di più le sue condizioni di esistenza
operando in favore di una giusta distribuzione delle ricchezze,
e dando a tutti gli uomini un’educazione che li aiuterà
a diventare attori della vita sociale, e un lavoro che permetterà
loro di vivere e di provvedere alle necessità dei loro
cari”.
La questione dell’amore
In Europa, nelle famiglie, nelle comunità possiamo ancora
parlare di amore? Oppure questa parola è una delle tante
che sono mistificate, abusate, corrotte? Eppure c’è
molto bisogno di amore. Ciascuno di noi cresce se è amato.
Come ricorda la Mulieris dignitatem, «la donna non può
ritrovare se stessa se non donando l’amore agli altri»
e «Dio le affida in modo speciale l’uomo»:
questo indica la capacità propria della donna di innalzare
l’amore a partire dalla vita, per liberarsi dal demone
dell’egocentrismo, accettare il vincolo dell’interdipendenza
e ritrovarvi le radici della vera solidarietà. È
proprio l’universo femminile a ricordare allora che «l’uomo
non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso
un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso,
se non gli viene rivelato l’amore, se non lo esperimenta
e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» (Redemptor
hominis, n. 10). In questa prospettiva, ricordare che Dio ha
creato l’uomo a sua immagine e somiglianza significa ricordare
che Dio, chiamando l’uomo «all’esistenza per
amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore»
(Familiaris consortio, n. 11).
Il 25 gennaio, Benedetto XVI ci ha regalato una splendida
Enciclica sull’amore: “Deus caritas est”.
Nel primo paragrafo ha delineato il compito che si prefigge,
il desiderio del suo cuore di padre e pastore: “Suscitare
nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana
all’amore divino” (n. 1). E’ un appello, per
noi consacrati/e: rinnovarci nell’impegno di evangelizzazione
perché ogni uomo e ogni donna risponda con amore all’amore
ineffabile con cui Dio ci ha amati.
Non si può vivere senza amore. Ce lo dice con la testimonianza
della sua vita e della sua morte anche una donna coraggiosa,
Annalena Tonelli, una italiana, missionaria laica uccisa da
un gruppo terroristico il 5 ottobre 2003 a Brama, nell’ex
Somalia Britannica, dove si dedicava agli ultimi e ai sofferenti.
« Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia
vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato
la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo
della guerra. Ho esperimentato nella carne dei miei, di quelli
che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo,
la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità.
E ne sono uscita con una convinzione incrollabile: ciò
che conta è solo amare. Se anche Dio non ci fosse, solo
l’amore ha un senso, solo l’amore libera l’uomo
da tutto ciò che lo rende schiavo, solo l’amore
fa respirare, crescere, fiorire. Solo l’amore fa sì
che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi porgiamo
la guancia ancora non ferita allo scherno e alla battitura di
chi ci colpisce, perché non sa quello che fa, e noi rischiamo
la vita per i nostri amici: perché tutto crediamo, tutto
sopportiamo, tutto speriamo. Ed è allora che la nostra
vita diventa degna di essere vissuta, […] che diventa
bellezza, grazia, benedizione. Ed è allora che la nostra
vita diventa felicità anche nella sofferenza, perché
noi viviamo nella nostra carne la bellezza del vivere e del
morire […]. Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri,
ai malati, a quelli che nessuno ama».
Annalena non è la sola figlia dell’Europa che
ha dato la vita per gli altri, ma faparte di una lunga schiera
di testimoni, che comprende anche numerosissime persone consacrate.
Lo ha ricordato anche Giovanni Paolo II nell’Omelia del
2 febbraio 2001 quando ha detto loro: “Cristo è
salvezza e speranza per ogni uomo! Annunciatelo con la vostra
esistenza dedicata interamente al Regno di Dio e alla salvezza
del mondo. Proclamatelo con la fedeltà senza compromessi
che, anche di recente, ha condotto al martirio alcuni vostri
fratelli e sorelle in varie parti del mondo”.
Mi piace ricordare anche un’altra testimonianza, quella
di Frère Roger Schultz. Nella sua ultima lettera da Taizé,
lasciata incompiuta, che è un capolavoro sull’amore,
tra l’altro scrive:
“Che cosa vuol dire amare? Sarà forse condividere
le sofferenze dei più maltrattati? Sì, è
proprio questo.
Sarà forse un’infinita bontà di cuore e
dimenticare se stessi per gli altri, in modo disinteressato?
Sì, certamente.
E ancora: cosa vuol dire amare? Amare è perdonare, vivere
di riconciliazione. E riconciliarsi è sempre una primavera
dell’anima.
Anche questa lettera è un dono all’Europa ed è
una testimonianza credibile che la vita consacrata o è
luogo d’amore per gli altri, in particolare per i poveri
e gli ultimi, o non è nulla.
Conosco qualcuno – testimonia Jean Vanier – che
di ritorno da Calcutta diceva che non sarebbe mai più
tornato in quel lontano paese perché aveva visto tanta
miseria, aveva visto morire tante persone per la strada. Madre
Teresa andò negli stessi luoghi, vide, ebbe compassione
– come Gesù – e disse: “Ho visto morire
tanta gente per la strada. Ho visto tanto dolore. Io resto”.
“Io resto” dovrebbe essere la risposta di ogni
consacrato e consacrata. Io resto in frontiera, ovunque c’è
bisogno del mio amore incondizionato. Io resto per testimoniare
l’amore di Dio fino in fondo, in Albania, in Italia, in
Bielorussia, nella Svizzera…, è la risposta di
tanti consacrati e consacrate, volontari e volontarie, gente
comune semplice e coraggiosa, che non gioca al ribasso sul prezzo
da pagare, che non chiede sconti o facilitazioni, anche quando
la vita è più dura per l’incomprensione
di molti e magari per il silenzio di Dio.
La questione della pace
Giovanni Paolo II, rivolgendosi all’Europa, ha detto:
“Sul cammino di servizio all’uomo, tutti gli
Europei devono impegnarsi instancabilmente per la causa della
pace. Se consideriamo il secolo che si conclude, il vecchio
continente ha trascinato per due volte il mondo intero nella
tragedia e nella desolazione della guerra. Oggi comincia a imparare
le esigenze della riconciliazione e dell’intesa tra i
popoli. I nuovi ponti, gettati tra le nazioni europee, sono
ancora instabili e poco sicuri. Il conflitto dei Balcani …
ha rivelato il pericolo dei nazionalismi esacerbati e la necessità
di aprire nuove prospettive di accoglienza e di scambio, ma
anche di riconciliazione, tra le persone, i popoli e le nazioni
europee”.
Sì, l’unica via per raggiungere una pace durevole
è ricostruire le relazioni tra gli uomini, tornare a
far sì che si incontrino e si accolgano, sapendo e scegliendo
di incontrarsi e accogliersi.
In questo nostro tempo, in cui tante discordie lacerano ancora
la nostra terra europea, troppe relazioni sono distorte e spezzate,
la pace è troppo fragile e insicura, il Papa chiede a
tutti i cristiani, ma a noi consacrati/e in particolare, di
essere costruttori di pace, sentinelle che annunciano la pace
con la testimonianza della vita. “Questo nostro mondo
non ha forse bisogno di gioiosi testimoni e profeti della potenza
benefica dell'amore di Dio? Non ha bisogno anche di uomini e
donne che, con la loro vita e la loro azione, sappiano gettare
semi di pace e di fraternità?” (VC 108).
Siamo chiamati a essere sentinelle vigili, sognatori e profeti,
secondo la bella affermazione di padre David Maria Turoldo:
“Manda Signore ancora profeti, uomini certi di Dio”.
Le sentinelle non temono la notte, anzi hanno il coraggio
di immergersi consapevolmente nella notte, di dire che la notte
è notte, ma la loro anima è tutta tesa verso l’aurora,
verso il sole. Hanno il coraggio di stare con amore sul treno
della storia, di questa nostra storia difficile e complessa.
Sappiamo per esperienza che dentro questa notte è forte
il rischio di coltivare sentimenti di vendetta, di rinchiudersi
nell’intimità della propria privacy, anche per
noi cristiani, figli e figlie del Dio della vita, fratelli e
sorelle del Risorto, anche per noi consacrati. Non solo, ma
immersi nel buio della notte, siamo tentati di fuggire, di scendere
dal treno della storia. Ho appena citato un brano di Jean Vanier
riguardante Teresa di Calcutta: è un invito a restare
sul treno della storia, pur sapendo che la pace è frutto
di lotta, di “notti insonni”, di ricerca sincera,
quotidiana, di responsabilità. Non è pacifismo.
E’ pace che inquieta, che disturba la vita. Il crocifisso
ci disturba sempre, e noi lo sappiamo bene, perché l’abbiamo
scelto come sposo. La croce non è un optional.
Non è pertanto credibile chi si vergogna del Cristo
crocifisso. Non porta la pace evangelica chi ha rispetto umano,
chi si vergogna della propria fede, chi rifiuta di essere segno
di una scelta diversa.
Charles de Foucauld, ha scritto:
“Il Signore stabilisce un prezzo molto accessibile
per la nostra salvezza: non vergognarsi di quelle cose di cui
lui non si vergognò: la compagnia di poveri, di emarginati,
di peccatori; non vergognarsi del suo insegnamento, delle verità
della sua religione; non arrossire della sua sposa, la santa
Chiesa; non vergognarsi di adottare il suo stile di vita; non
arrossire se si vivono i suoi comandamenti e i suoi consigli
che sono in netta contraddizione con le idee del mondo…
Solo una cosa dovrebbe farci vergognare: non amarlo abbastanza…”.
Noi consacrati/e non dobbiamo però dimenticare che
la pace è innanzitutto e soprattutto un dono del Signore
e va chiesta, cercata e attuata nel suo nome e con la sua forza.
Ce lo insegnano tanti martiri, uomini e donne che hanno offerto
la vita per la pace, per testimoniare il Vangelo, anche negli
anni recenti.
C’è bisogno innanzitutto un’ecologia della
mente, cioè un’onestà intellettuale che
ci porta a dare alle situazioni e alle cose il loro “giusto
nome” (a chiamare il male male e il bene bene, senza paura
o compromessi), che ci rende coraggiosi nel cercare la verità,
nel denunciare le ingiustizie, la violazione dei diritti dei
più deboli, che ci spinge a essere persone coerenti.
Uomini e donne con lo sguardo buono – come ha ben scritto
Rino Cozza -, né sguardo miope che dimostra rassegnazione
di fronte a ciò che capita, né sguardo presbite,
incapace di leggere il giornale della storia. Uno sguardo buono,
vigile nel leggere il disegno di Dio negli avvenimenti e nelle
persone.
C’è poi un’ecologia del cuore, che è
la capacità di non schierarsi dalla parte dei potenti,
di non chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie, di coltivare
nella nostra vita l’amore, e la pace, la compassione,
la bontà, il perdono. Vorrei spendere una parola sul
perdono e lo faccio con un esempio.
“Roberto era un esule uruguayano, venne a vivere nella
nostra comunità per alcuni mesi tra il ’75 e il
’76. Aveva 28 anni, era segnato per sempre nel corpo e
nella psiche dalle torture spaventose inflittegli durante cinque
anni di prigionia politica. Lavorava nella biblioteca dell’università,
non aveva mai fatto politica, fu arrestato per caso o per errore
e attraversò l’inferno. Roberto raccontava che
nelle celle comuni i prigionieri facevano programmi sul futuro
assetto della nazione, sognavano rivincite, si interrogavano
su quale pena infliggere ai loro torturatori. Si parlava di
ergastolo, di lavori forzati, di mutilazioni, di eliminazione
o di esilio. Unico, Roberto diceva: ‘Io non farò
loro niente, non vorrei mai essere come loro. Voglio essere
uomo”.
Il perdono è la via per essere uomini e donne tutti
d’un pezzo, senza aggettivi, secondo l’espressione
di Mons Tonino Bello, per colmare la frattura ricorrente nella
storia tra Caino e Abele. Caino non si è sentito di essere
responsabile di suo fratello, dopo averlo assassinato, Abele
è invitato da Dio a rendersi responsabile di Caino attraverso
il perdono.
C’è infine un’ecologia della vita che ci
rende capaci di accontentarci del “necessario”,
perché troppi non muoiano di fame - soprattutto se sono
bambini e anziani, se sono immigrati, rifugiati, persone che
hanno perso il lavoro - che ci spinge al coraggio di non sprecare
e di condividere i nostri beni materiali, i nostri pensieri,
i nostri affetti, la nostra gioia! Siamo tutti fratelli e sorelle,
responsabili gli uni degli altri!
Leggevo proprio in questi giorni alcuni appunti di David Maria
Turoldo: “Il digiuno vero è quello che fa incontrare
Dio-Amore attraverso i fratelli raggiunti dalla nostra carità,
è quello che fa sperimentare la Provvidenza di Dio attraverso
i poveri da noi aiutati. Non è concepibile una fede che
non s’incarni nello spezzare il pane con l’affamato
di affetto e di pane e nel rendere disponibile la casa a chi
è senza tetto. Se cerchi pertanto una certezza alla tua
pietà, dividi il tuo pane, apri la tua casa. Sarai allora
benedetto da Dio”.
Giovanni Paolo II, in Vita consecrata, ci dice con coraggio:
questa è «l’ora di una nuova “fantasia
della carità”, che si dispieghi non tanto e non
solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità
di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il
gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come
fraterna condivisione». Si tratta di una fantasia della
carità che ci stimola a dare una “qualità
alta” (una qualità doc) al nostro servizio, perché
sia un segno che, mentre dona, interroga, inquieta, rimanda
“oltre” a qualcosa di ulteriore e di più
importante.
Questo cammino, ovviamente, non è facile, né
è possibile percorrerlo da soli. La pace è un
edificio da costruire “insieme” (insieme al Signore,
innanzitutto, perché la pace è un suo dono), con
fatica e dedizione, nel rispetto e nel dialogo, perché
la pace è un edificio maestoso ma fragile, continuamente
soggetto alle devastazioni dell’ignoranza, dell’ingiustizia,
della presunzione e della pigrizia.
Susanna TAMARO, nel suo volume dal titolo Più fuoco
più vento, ha scritto:
“Il cammino interiore è simile al lavoro che
una volta facevano gli uomini per accendere il fuoco: si batte
e si ribatte una pietra contro l’altra, senza stancarsi,
finché scocca la scintilla. Per nascere il fuoco ha bisogno
del legno ma per divampare deve aspettare il vento. Cerca dunque
sempre il fuoco nella tua vita, attendi il vento, perché
senza fuoco e senza vento i giorni non sono molto diversi da
una mediocre prigionia”.
Per essere annunciatori e annunciatrici credibili della pace
di Cristo abbiamo bisogno del vento dello Spirito. Abbiamo bisogno
dello Spirito per attizzare il fuoco. Abbiamo bisogno che Egli
ci insegni che la fedeltà alle nostre radici e al futuro
della storia diventa feconda e creativa nel silenzio dell’adorazione,
davanti all’infinita Trascendenza di Dio.
Conclusione
Concludendo vorrei far riferimento a una esperienza che ho
vissuto nello scorso mese di novembre in Polonia, dove ho partecipato
all’incontro dell’UISG. Il tema dell’incontro
era: “Ferite e sorgenti d’acqua viva”, che
letto in altre parole significa: problemi, difficoltà,
situazioni di frontiera e impegno delle consacrate per essere
presenti e offrire sollievo, compassione, ristoro.
Nell’omelia tenuta della celebrazione eucaristica a
Czestochowa, davanti alla Madonna Nera, a commento delle letture
del giorno - l’Inno della carità di S. Paolo e
la Magna Charta delle Beatitudini – il celebrante affermò:
è l’amore, solo l’amore, che trasforma le
ferite, le lacrime, le fatiche, i tradimenti, in benedizione.
Solo l’amore che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta
ci dà la forza e il gaudio di dire con la vita: beati
i poveri in spirito, beati i perseguitati, beati gli afflitti,
beati coloro che piangono, beati voi quando vi oltraggeranno…
Care sorelle e cari fratelli, in questa nostra Europa noi
vogliamo spendere tutta la vita con coraggio e gioia per generare
beatitudine, pace, riconciliazione nel mondo dell’emarginazione,
nel cuore della violenza, dove le donne sono abusate e vendute,
i bambini violentati e abbandonati; dove regnano la corruzione,
l’ingiustizia, la vendetta, la legge dell’occhio
per occhio, dente per dente; dove manca il lavoro, la casa,
il cibo, l’affetto. Vogliamo donare quell’amore
senza misura che genera beatitudine, che sana le ferite, che
asciuga le lacrime.
Sempre a Czestochowa, contemplando l’icona della Madonna
Nera, Regina della Polonia, ho visto coi miei occhi che Maria
è una regina ferita nel volto e nell’anima per
la malvagità di un soldato, ma anche per la storia dolorosa
e triste del popolo polacco. E’ però anche una
regina vittoriosa rivestita di pietre preziose, dono dell’amore
e della gratitudine dei suoi figli. Le ferite, curate con il
balsamo della fede e dell’amore dal popolo polacco e da
tanti pellegrini di tutto il mondo, diventano grazie, gaudio,
bellezza. Le lacrime diventano sorgente di vita. Questo capita
a Czestochowa, questo capita ovunque sappiamo piangere con il
fratello o la sorella che soffre, sappiamo com-patire il suo
dolore, sappiamo “stare” – come Maria –
accanto alle innumerevoli croci dell’umanità.
Ha scritto splendidamente S. Giovanni della Croce, commentando
il brano del Vangelo per la festa di S. Maria Maddalena, “Chi
non sa più piangere d’amore / ha già perduto
tanta parte della propria bellezza. / Se l’anima è
a questo punto, / deve riconquistarla la sua perduta bellezza,
/ purificarsi nel lavacro del pianto, fino a divenire “bellissima
fra tutte le creature».
Maria piange con noi, ci insegna a piangere sulle tante miserie
del mondo e ci dà il dono della com-passione per essere
balsamo per tante lacrime. Ci è maestra di fede, di speranza,
di amore. Ci è maestra di quella fede che trasforma la
croce in resurrezione, le lacrime in gaudio.
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Fatima, 7 febbraio 2006 |
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