Per la 46.ma Assemblea Nazionale, la CISM è tornata in Sardegna,
dov'era stata nel 1999. Da Quartu S. Elena si è spostata a Nord
Est dell'isola, e precisamente a Olbia (SS).
Il tema dell'Assemblea, "Discernimento e processi formativi: una
responsabilità condivisa", è stato presentato dal Presidente don
Alberto Lorenzelli nella tradizionale relazione. Dopo aver
letto il telegramma del Santo Padre, "spiritualmente presente.
incoraggia a contemplare l'icona di Cristo buon Pastore, traendone
criteri di discernimento per la formazione di quanti sono chiamati,
perché possano corrispondere con generosità all'interiore mozione
dello Spirito" , egli ha detto che la VC si è sempre distinta
nella Chiesa per la particolare cura riservata alla formazione
dei propri membri.
Visto che i Documenti del Magistero non parlano molto della responsabilità
del Superiore Maggiore in questo delicato settore, è opportuno
che esso sia approfondito dalla CISM, perché "chi esercita l'autorità
non può abdicare al suo compito, anche se, in ambienti fortemente
segnati dall'individualismo, non è facile riconoscere ed accogliere
la funzione che l'autorità svolge a vantaggio di tutti".
Eppure, "formazione è accogliere con gioia il dono della vocazione;
è grazia dello Spirito; è pedagogia di vita, a condizione che
risponda ad alcuni obiettivi e abbia sicuri punti di riferimento,
come il confronto con il contesto in cui si sviluppa; la capacità
di camminare con la Chiesa e la docilità ai suoi orientamenti;
la sintonia con l'esperienza carismatica del proprio istituto;
la coerenza con la prassi formativa da essa proposta".
Trattando del processo formativo, don Lorenzelli ha fatto notare
che è esso è molteplice e diversificato nei soggetti, negli operatori,
nei momenti, negli interventi, nei contenuti e nelle espressioni.
Il lavoro è difficile, ma può essere facilitato se è regolato
da una Ratio a livello Provinciale o Congregazionale; Ratio che
non deve limitarsi a?? segnalare grandi mete o linee generali,
ma che precisi ogni fase formativa, studi strategie indovinate,
faccia un'intelligente programmazione degli interventi e delle
verifiche.
Anche il formando, tuttavia, sul quale va operato un saggio discernimento,
punto chiave della metodologia formativa e che si fonda sulla
conoscenza degli elementi che si riferiscono alla persona, alle
sue attitudini e alle sue motivazioni, ha precisi doveri: assumere
un chiaro atteggiamento formativo; capire le finalità del processo
e dei singoli momenti della formazione; tracciarsi mete e percorsi
concreti; verificarne e condividerne l'attuazione valutata dal
Superiore Maggiore e dall'équipe formativa che vive nella comunità.
Questa, che può essere "ordinaria" o "formatrice", è determinante
per la crescita vocazionale del candidato.
Oggi ha assunto grande importanza in questo senso la comunità
del pre-noviziato, nella quale inizia l'iter formativo
del candidato, stimolato a conoscere e ad assumere progressivamente
gli impegni della vita religiosa, che poi il noviziato,
punto di arrivo di tutto il percorso formativo, gli prospetterà
più specificamente, affidando al post-noviziato la personalizzazione
integrale del carisma in tutte le aree della sua nuova identità.
Naturalmente la relazione non poteva ignorare la formazione
permanente, che permette ai consacrati di essere attenti lettori
del momento storico in cui si vive e interpreti dello spirito
del Fondatore in un contesto storico moderno, nonché la formazione
dei religiosi e dei laici insieme, accompagnando e favorendo
un radicale cambiamento di mentalità dei religiosi rispetto alla
presenza complementare e indispensabile che i laici sono chiamati
a offrire agli Istituti.
"Bisogna passare - ha detto testualmente don Lorenzelli - da una
collaborazione di supplenza dei laici, alla condivisione delle
responsabilità con loro non solo nella gestione delle opere dell'Istituto,
ma soprattutto nell'aspirazione a vivere a??spetti e momenti specifici
della spiritualità e della missione dell'Istituto stesso".
Il Segretario Generale P. Fidenzio Volpi, pur confessando di non
leggere un testamento spirituale (è alla vigilia della scadenza
del suo mandato), ha tracciato il cammino ecclesiale della Conferenza
dal 1994 al 2006. Innanzitutto ha ribadito un concetto che gli
è stato sempre a cuore, e cioè il sentire cum Ecclesia et in
Ecclesia, dimensione in cui si gioca la credibilità della
Conferenza. Sembra un fatto scontato, invece è una realtà che
ha preso corpo soprattutto nell'ultimo decennio, pur stando a
cuore da sempre alla gerarchia se il Papa e il card. Ruini, nel
recente Convegno Ecclesiale di Verona, hanno ricordato che bisogna
"superare le tentazioni dell'autoreferenzialità e del ripiegamento
su se stessi", "mantenendo vivo il dinamismo e l'apertura fiduciosa
a nuovi rapporti".
P. Volpi ha poi confessato, sommessamente, ma con convinzione
che la Conferenza, nelle sue scelte tematiche, ha spesso anticipato
"il dibattito su temi e problemi che hanno avuto una larga eco
a livello italiano e hanno ispirato l'orientamento di altri organismi
nazionali e internazionali della VC; prova che quanto pensato
da noi andava cum Ecclesia".
Trattando del cammino della Conferenza ad extra, P. Volpi ha ricordato
lontane "esperienze felici" della CISM con l'USMI, con
la quale dovrà operarsi l'unione, sia perché l'Italia è l'unica
area geo-ecclesiale in cui le due Conferenze sono distinte, sia
perché è garanzia del loro futuro.
Puntuale la presenza all'UCESM; all'USG e all'UISG, che hanno
mostrato intereresse per le "nostre" iniziative invitando la CISM
ai loro incontri e confrontandosi con essa su comuni aree di riflessione.
Frequenti i contatti con la CEI, che ha invitato la CISM a una
partecipazione-collaborazione nei suoi organismi; ottime le relazioni
con la CIVCSVA, garantita dalla disponibilità ad accogliere istanze
di apertura alla dimensione universale della VC.
Dopo aver riferi??to sull'organizzazione interna ed esterna della
Conferenza, sulle Aree, sull'Osservatorio della VC,
che ha il compito di monitorare la realtà socio-ecclesiale della
VC in Italia con particolare attenzioni a situazioni emergenti,
il Segretario uscente ha terminato accennando all'organizzazione
periferica (ufficio segretari regionali e diocesani), alla disposizione
che prevede la nomina di tre Vice-Presidenti e alla durata degli
uffici CISM.
In conclusione P. Fidenzio ha messo in rilievo l'accresciuto carico
di responsabilità che grava sulle spalle del Segretario generale
per la rappresentatività ecclesiale che gli è richiesta, e ha
ricordato la programmazione per il 2006-2007, che riguarda un
tema molto attuale: Una società italiana multietnica: quali risposte
dei consacrati a livello di integrazione sociale e dialogo interreligioso.
Trattando dell'atteggiamento dei giovani di fronte alla vita religiosa,
Fratel Giovanni Dalpiaz ha ribadito che nelle giovani generazioni
persiste una certa disaffezione vocazionale, per cui se i numeri
"ancora tengono e certe attività possono continuare, lo si deve
più al prolungarsi della vita che all'apporto di forze giovanili".
Facendo riferimento a un questionario di 50 domande, preparato
dall'Osservatorio sulla vita religiosa (fondato dalle Presidenze
CISM-USMI nel 1993), e sottoposto a un campione di 1925 studenti
dell'ultimo anno della scuola superiore, risulta che 20-25% ritiene
importante l'adesione alla Chiesa che esprime con la partecipazione
alla Messa domenicale (24%) e l'adeguamento agli insegnamenti
del Magistero (20%), mentre il 50/55% frequenta saltuariamente,
crede con tanti se e altrettanti ma e non ha molta
familiarità con le figure ecclesiali (prete, religioso/a). Il
33% lamenta che i religiosi non capiscono la mentalità e le aspettative
dei giovani, mentre il 44% attenua tale giudizio e solo il 23%
li crede capaci di comprendere la cultura giovanile.
Grande la confusione degli intervistati sull'id??entificazione
dei consacrati: generalmente ci si limita alla distinzione tra
prete e frate. Questi è per lo più identificato con il
francescano ed è percepito come uno che ha uno stile di vita povero
(63%), che aiuta gli emarginati (49%), che indossa il saio (48%)
e che vive in convento (43%). Va meglio per le suore, considerate
persone che vivono in comunità (53%), che pregano più volte al
giorno (46%), che non si sposano (45%), che indossano un abito
particolare (43%).
Il 38% ritiene che gli uni e le altre vivano coerentemente l'insegnamento
evangelico; il 53% esprime perplessità e il 12% è convinto che
non sia così. I consacrati sono visti più sotto l'aspetto dell'utilità
sociale che sotto quello della testimonianza: la clausura, per
esempio, è considerata testimonianza solo dal 17%, mentre
il 25% la considera una scelta senza senso. Il 38% preferisce
vedere il religioso tra la gente. Curiosi gli aggettivi con cui
sono definiti i religiosi: sinceri, vivaci, forti, sicuri di sé,
dinamici, arretrati, superati, vecchi, chiusi alla modernità,
freddi, falsi, deboli, passivi, ecc.
"Dalle risposte - ha detto Fratel Dalpiaz - non appare ostilità
nei confronti della VC, ma i ragazzi al 60% considerano le suore
vecchie e il 54% ha la stessa opinione dei frati, per cui vien
da chiedersi quale fascino potrà esercitare su di essi un mondo
di "nonni". Forse questo spiega perché solo circa 300 giovani
all'anno scelgono la VC in Italia. Le opinioni dei coetanei su
"chi fa il passo verso il convento" vanno dalla condivisione (7%)
all'indifferenza (41%) e al rifiuto (52%). L'atteggiamento cambia
se la scelta è fatta da un amico: allora il 15% mostra un atteggiamento
di sostegno; il 59% dice di aprire con lui un dialogo per capirne
le motivazioni; il 13% rimane nella neutralità e il 10% cerca
di fargli cambiare idea.
I motivi del rifiuto della VC sono vari: impossibilità di sposarsi;
di avere una vita affettiva appagante; di non essere liberi di
fare ciò che si vuole; di timore di fronte a un ??impegno definitivo.
"Religiosi contigui e distanti, quindi: in questa mancanza
di comunicazione - ha concluso Fratel Dalpiaz - si manifesta tutta
la debolezza della vita religiosa e si profila un futuro in cui
perdurerà la disaffezione attuale".
Parlando dei Criteri per il discernimento e l'accoglienza delle
nuove vocazioni, Padre Lucio M. Pinkus ha fatto notare che l'ansia
di rispondere a richieste normative ha forse prevalso sulla preoccupazione
di comprendere i cambiamenti, resi necessari dalle odierne esigenze
in materia di formazione, divenuta prioritaria in ogni campo.
Dal punto di vista della VC essa dovrebbe diventare un principio
organizzatore di tutti gli aspetti che compongono il vissuto della
vita religiosa, alla quale il candidato va introdotto tenendo
conto non solo della verità della sua vocazione e delle
altre condizioni richieste, ma anche della sua capacità di
adattamento al carisma di quel determinato Istituto. Da tenere
in conto anche alcuni punti particolari che manifestano i giovani:
debole identità, difficoltà nell'assumere impegni definitivi
(fatto, tuttavia, che interessa anche noi consacrati, indecisi,
per es. quando si tratta del famoso ridimensionamento), non risolta
dal ricorso ai voti temporanei annuali. Questa constatazione consiglia
di ricorre a progetti formativi individualizzati, rispondenti
al carisma dell'Istituto e affidati a persone ben preparate, possibilmente
inserite in una comunità di accoglienza che favorisce l'incontro
e la crescita del candidato nel rapporto con il Signore.
La formazione va fatta trasmettendo più esperienza che dottrina.
Esposte le conseguenze di eventuali turbe psichiche che ostacolano
la formazione dei candidati (mancanza di stima di sé, ricerca
di manifestazioni sempre autentiche, senza lasciare spazio ad
altre espressioni che potrebbero contenere la stessa tensione
di lealtà), P. Pinkus si è soffermato su due situazioni che comportano
ampi margini di rischio nella formazione: l'esperi??enza prolungata
in movimenti spirituali o altre strutture formative e la propensione
a scegliere come candidati solo persone di "una certa età".
Il relatore ha poi presentato alcuni criteri per armonizzare la
fedeltà alla consacrazione evangelica con la sintonia al proprio
ambiente antropolgico-culturale. Egli li ha chiamati germogli,
visto "che oggi non si può fare più affidamento sui semi": si
esige, cioè, che gli elementi considerati abbiano una certa consistenza,
seppur iniziale.
I criteri indicati sono: capacità di autoaccettazione; consapevolezza
delle proprie positività, riconosciute come dono di Dio; consapevolezza
dei propri limiti; saper gestire il proprio tempo "personale";
disponibilità all'attitudine simbolica (nei giovani c'è una diffusa
frequentazione di simboli); la gestione delle emozioni e dei sentimenti,
ecc. "La vitalità dimostrata da molte nostre istituzioni antiche,
come pure la creatività espressa da fondazioni recenti, possono
aiutarci a ritenere ogni formulazione di criteri come ipotesi
da sottoporre a verifica costante, con attenta vigilanza e apertura
nel cogliere nuove emergenze e nel riformulare in modo conseguente
i percorsi formativi, a cominciare proprio dai criteri e dalle
modalità dell'accoglienza".
Di identità ha parlato anche P. Giovanni Salonia, il quale si
è soffermato su tre punti: la realtà che la VC ha davanti; gli
elementi problematici che ne emergono; il percorso per affrontarla
in modo costruttivo.
Anche P. Salonia trova che si è passati da un'identità forte a
un'identità debole; che la sfiducia nelle appartenenze ha reso
i percorsi di identificazione lenti, complessi e spesso confusi;
che l'enfasi della soggettività provoca una specie di sospetto
o di rifiuto nei confronti delle appartenenze a lungo termine.
Altra area di problematica egli la vede nel rapporto tra la realtà
educativa e i vari Progetti formativi, i quali, perché non si
riducano a belle tesi di laurea, debbono nascere dall'incontro
di formandi-formatori-super??iori. Dall'incontro debbono emergere
risposte sul fine della formazione (si educa per una fraternità
ideale, che nell'istituzione manca, o tenendo conto della realtà
di un Istituto?) e sulla correlazione tra memoria-tradizione dell'istituzione,
processo di rinnovamento in atto e vita quotidiana dell'Istituto.
Interrogativi sorgono dalla varietà delle presenze formative che
hanno compiti differenti e che necessitano di continuo confronto
e integrazione. Divergenze possono sorgere tra l'équipe formativa,
come tra i formatori e i Superiori Maggiori. Fino a che punto
il Provinciale deve affidarsi ai formatori e fino a che punto
questi debbono seguire le indicazioni del Provinciale? Quale ruolo
dare all'accompagnamento umano? Si può ricorrere allo psicologo
per fare discernimento? Che risposta dare a chi chiede almeno
un colloquio con uno psicologo? Domande che si amplificano
nel casi di una collaborazione interprovinciale.
Ulteriori interrogativi vengono dagli atteggiamenti con cui si
vivono le differenti competenze educative da parte delle diverse
figure formative. Non sono infrequenti gli scontri tra la responsabilità
del Provinciale, cui appartiene l'ultima parola, con quella del
formatore che si presume esperto e che certamente conosce da vicino
i giovani.
Le domande più ricorrenti sembrano essere tre: è vero che il Provinciale
è più facile all'ansia del numero e il formatore a quella della
formazione? Si può pensare a un compito formativo che non sia
sottoposto alla legge dei trasferimenti che creano discontinuità
formative e che possono assumere rilievi pesanti nella formazione?
E che dire dei capi carismatici, intendendo con tale parola sia
i leaders, sia i gruppi, sia i movimenti dai quali viene il giovane,
o del formatore che si dichiara profetico perché personalizza
il carisma?
Il percorso per rispondere agli interrogativi in modo costruttivo,
P. Salonia lo individua nel creare soluzioni estensionali, come
incontri periodici tra Superiori e formatori, in modo che??
il dialogo e la condivisione creino una forma di graund comune
dal quale sarà più facile far emergere alcune convergenze. Il
vero problema in queste situazioni sta nell'evitare che si trovino
di fronte due mondi che si sono sviluppati senza conoscersi. Per
questo il formatore deve sapere che il Provinciale, anche se non
è preparato nella formazione, ha una prospettiva più ampia della
vita e che è necessaria alla propria attività, mentre il Provinciale,
da parte sua, deve convincersi che l'attività del formatore non
è qualcosa da cui difendersi, ma una prospettiva di cui ha bisogno
perché gli manca.
P. Salonia ha poi individuato piste a livello di atteggiamenti,
riducibili a saper riconoscere l'altro come portatore di qualcosa
che arricchisce la prospettiva di entrambi, come avviene nelle
famiglie, dove l'elemento femminile è custode dell'esserci, delle
potenzialità, e l'elemento maschile è custode del divenire. Dalla
loro collaborazione deriva la formazione dei figli.
P. Luis Oviedo, infine, ha spiegato come, secondo il suo parere,
vanno gestite le crisi che seguono la professione perpetua o l'ordinazione
sacerdotale, crisi che spesso finiscono in rotture definitive.
Egli ha proposto tre punti di forza: rivedere il tema della formazione
permanente; gestire il problema affettivo; mobilitare meglio le
potenzialità giovanili.
Riguardo al primo punto ha detto che non è bene "creare una mentalità
di formazione permanente" come se non ci fosse nessun cambiamento
tra quella iniziale e questa. Se si prolungano schemi formativi
che non hanno dato risultati positivi si farà un lavoro inutile.
Nella formazione bisogna far capo a persone che hanno maggiore
compattezza spirituale perché possono essere forze trainanti,
necessarie per chi vive con i giovani.
Sul tema dell'affettività P. Oviedo ha sostenuto che esso va ripensato
alla luce di quanto nei giovani avviene nel passaggio dalla fase
"protetta" a quella "libera" che li pone in situazioni più a rischio.
Bisognerebbe rivedere il mode??llo "psicologista" che, almeno
così com'è stato applicato, non aiuta; un maggiore realismo consiglia
di affrontare il tema con maggiori cautele, maggior prudenza,
più controlli e più disciplina.
Riguardo al terzo punto il relatore ha spiegato che per aiutare
i giovani a ricuperare entusiasmi eventualmente persi, non aiuta
far riferimenti ad altri modelli di vita, ma occorre insistere
sul fatto che aver rischiato per Cristo gratifica, facendo anche
chiarezza sui motivi, sulle realtà che possono mobilitare le nostre
forze umane. Si voglia o non si voglia, lo schema della vita consacrata
è uno schema di mobilitazione contro le tendenze del momento:
ieri quelle del liberalismo, oggi quelle del secolarismo, di fronte
al quale la vita religiosa deve opporsi.
Se non si è capaci di mobilitare le forze dei giovani in questo
senso, difficilmente si riuscirà a farli sentire utili, a persuaderli
di essere le forze di punta della nuova evangelizzazione. In questo
campo c'è forse da imparare dai movimenti.
P. Oviedo ha poi denunciato il parere di chi crede che le crisi
dei giovani siano un fatto biologico, di selezione naturale, inevitabile.
Non è un atteggiamento giusto, perché c'è da fare il possibile
per preservare, aiutare, recuperare, salvare il salvabile. Se
questo non è possibile, bisogna almeno saper gestire lo scandalo
dell'uscita. In questo campo ci sono troppi comportamenti maldestri.
Opportuno rifarsi a questi criteri: gestire l'informazione; non
prolungare troppo il periodo della crisi; evitare il viavai in
comunità di chi ha lasciato; difendere uno spazio riservato ai
consacrati; evitare le facili convivenze con i laici.
In definitiva non bisogna sovvertire le differenze.
Olbia, 9 novembre 2006