Sull'accompagnamento vocazionale, a Olbia, l'assemblea annuale
della Cism. Il presidente don Lorenzelli: il modello è
il Vangelo di Emmaus
Dal Nostro Inviato A Olbia Mimmo Muolo
Ogni anno in Italia 300 giovani scelgono di seguire la vita
religiosa. Una scelta certamente non facile, che deve fare i conti
con il clima culturale non proprio incline a favorire la nascita
di nuove vocazioni. Quale formazione assicurare loro? Quali percorsi
di accompagnamento e di maturazione della personalità si
possono immaginare per far sì che i consacrati di domani
siano in grado di annunciare il Vangelo in una società
fortemente secolarizzata? Don Alberto Lorenzelli, presidente della
Cism, sceglie due icone per rappresentare plasticamente il ruolo
dei superiore maggiore nei processi formativi dei giovani che
entrano in convento. L'una tratta da un filosofo cinese del VI
secolo a.C., l'altra dal Vangelo. Cita innanzitutto Kuan-Tze:
«Se i tuoi progetti mirano a un anno, semina il grano. Se
mirano a dieci anni, pianta un albero. Ma se miri a cento anni,
istruisci la gente». E commenta: «Come pazienti contadini
della formazione, noi superiori maggiori e formatori riteniamo
importante seminare a piene mani la semente della formazione umana,
cristiana, consacrata e carismatica, perché formare è
costruire il futuro». Quanto al come, il salesiano chiama
in causa l'episodio di Emmaus. «Mentre discorrevano e discutevano
insieme, Gesù in persona si accostò e camminava
con loro». «Il superiore e il formatore - ricorda
il presidente della Cism - sono fratelli maggiori, nell'esperienza
e nel discepolato, che si pongono accanto ad un fratello per condividere
con lui un tratto di strada e di vita, perché questi possa
meglio conoscere se stesso e il dono di Dio, e decidere di rispondervi
in libertà e responsabilità».
Così la seconda giornata dell'Assemblea annuale della
Conferenza dei superiori maggiori d'Italia ha cominciato ad affrontare
il tema principale dell'assise. Un tema che già nel messaggio
del Papa, giunto lunedì, aveva trovato una prima e fondamentale
indicazione. «Contemplare l'icona di Cristo Buon Pastore,
traendone criteri di discernimento e di formazione». La
relazione di don Lorenzelli va proprio in questa direzione. «Formare
è favorire un'identificazione interiore, prima ancora che
operativa, con Cristo». Perciò diventa importante
agire secondo un progetto complessivo, che tenga conto anche dei
carismi dei singoli istituti, verificare con regolarità
il cammino di maturazione del giovane (e questi sono compiti del
superiore maggiore, in relazione con l'equipe educativa), dare
in sostanza all'itinerario una conformazione comunitaria.
«Una delle comunità formatrici che ha assunto grande
importanza in questi anni - ha ricordato ancora il presidente
della Cism - è il prenoviziato. Un tempo di formazione
soprattutto umana, data la tendenza ad una certa fragilità
psicologica delle giovani generazioni». Strumento prezioso
per «conoscere bene le motivazioni e i sentimenti che spingono
i candidati a scegliere la vita religiosa» e per discernere,
sia da parte del candidato stesso, sia della congregazione, «l'autenticità
della chiamata». Don Lorenzelli ha poi fatto riferimento
al noviziato («tempo dell'iniziazione integrale»)
e al post noviziato (cioè al periodo che intercorre tra
la prima professione e quella definitiva), sottolineando anche
che oggi la formazione deve essere permanente. «Bisogna
aiutare i religiosi a trovare tempi e criteri giusti per superare
l'attivismo e la superficialità e programmare momenti per
lo studio, la lettura personale, la riflessione comunitaria»,
come anche per «la ricreazione e il riposo». Tutti
spunti che saranno ripresi nei lavori fino a venerdì.
Ieri pomeriggio, intanto, padre Fidenzio Volpi ha presentato
una sorta di bilancio dei suoi 13 anni da segretario generale
della Cism. Un'esperienza, ora raccolta anche in un libro («Tredici
anni di servizio, in dialogo con la Chiesa e la vita consacrata»),
che il cappuccino ha definito «intensa e impegnativa, ma
anche ricca di soddisfazioni». In questo periodo, ha detto,
«la Cism ha preso a cuore il punto di vista della Chiesa,
prima del nostro pur legittimo modo di pensare ed affrontare i
problemi della vita consacrata». In altri termini è
stata superata la tentazione dell'autoreferenzialità, «per
ricollocare le nostre situazioni in orizzonte più ampio».
Così è avvenuto nei rapporti con la Cei («che
non ha fatto mancare sostegno e apprezzamento»), e in diverse
altre situazioni. Anche per il futuro, dunque, ha concluso il
segretario uscente, «è necessario continuare a pensare
insieme come religiosi, per fornire risposte pertinenti alle domande
della gente del nostro tempo».