La sfida generazionale all’Assemblea Cism E Migrantes
lancia l'appello: urgente bisogno di preti per le missioni italiane
all'estero
A che cosa pensano i giovani quando sentono la parola «frate»?
Secondo una ricerca commissionata da religiosi (Cism) e religiose
(Usmi) del Triveneto, l'associazione di idee che scatta è
molto positiva. Un frate, per la stragrande maggioranza dei 1925
ragazzi di 18 anni intervistati nel corso dell'indagine, è
una persona «allegra, attiva, aperta, simpatica, forte,
vera, spontanea e povera». Una serie di qualità che
sicuramente farà piacere ai 24.700 religiosi italiani.
Ma le buone notizie finiscono qui. E cominciano, invece, gli aspetti
problematici messi in evidenza dal sondaggio che è stato
illustrato ieri all'assemblea della Conferenza dei Superiori Maggiori
d'Italia da fratel Giovanni Dalpiaz. Il sociologo, ad esempio,
ha fatto notare che «questi giovani non hanno molta familiarità
con le figure ecclesiali (prete, religioso, religiosa), anche
perché con loro hanno pochi contatti». I religiosi,
ha aggiunto Dalpiaz, «stanno letteralmente scomparendo dall'orizzonte
relazionale delle nuove generazioni, vuoi per la riduzione numerica
delle congregazioni, vuoi per l'accentuarsi della divaricazione
generazionale in seguito alla crisi vocazionale».
Non è certo il caso di spargere inutili allarmismi. Ma
il relatore ha posto una questione che non può essere elusa.
«Una generazione distante, ma non ostile, ci guarda con
occhi curiosi. Su queste basi si può avviare un dialogo
che porti ad una più adeguata conoscenza della vita religiosa?».
Sì, perché, ha in pratica concluso Dalpiaz, «l'occhio
di questi giovani percepisce, accanto alle cose positive, anche
lo stacco generazionale» (la maggior parte dei religiosi
sono ormai anziani). «Ma un mondo di nonni quale fascino
vocazionale può suscitare?». Domande che, è
evidente, hanno grande attinenza con il tema generale di questa
46.ma assemblea della Cism, la quale si sta occupando della formazione
dei nuovi religiosi. Ulteriori elementi di riflessione sono venuti
ieri dall'omelia del cardinale Franc Rodè, prefetto della
Congre gazione per i consacrati (di cui riferiamo a parte) e dalla
relazione di padre Lucio Pinkus: "Criteri per il discernimento
e l'accoglienza della nuove vocazioni". «Se i giovani
hanno atteggiamenti di diffidenza verso la proposta della vita
religiosa - ha detto quest'ultimo - la causa non è solo
nel clima culturale, ma anche in un errore di prospettiva, non
raro da parte dei nostri istituti. Mi riferisco - ha spiegato
- all'accentuazione che spesso essi pongono sul valore sociale
delle loro iniziative, con la speranza un po' ingenua di ricavarne
vantaggi di immagine e quindi di apprezzamento sociale».
Niente scorciatoie, dunque. «Il progetto formativo - ha
aggiunto padre Pinkus - deve essere conforme allo stile di vita
concretamente vissuto nelle diverse comunità». Pena
l'instaurarsi di «un processo fondato sull'ambiguità».
Inoltre, in un tempo come il nostro, caratterizzato da forme particolarmente
continue e rapide di cambiamento, «occorre purificarsi -
ha aggiunto il relatore - dall'abitudine di considerare definito
un problema, solo perché è già stato affrontato
e regolamentato nei codici legislativi o negli orientamenti formativi
degli istituti». I percorsi della formazione devono essere
sottoposti a costante verifica, onde risultare pronti a recepire
«nuove emergenze, a cominciare proprio dai criteri e dalle
modalità di accoglienza». Questa capacità
di adattamento, del resto, è sempre stata una delle peculiarità
principali della vita consacrata, sulla quale la Chiesa italiana
continua a contare molto. Come si evince anche dalla presenza
all'Assemblea della Cism di don Domenico Locatelli, direttore
dell'Ufficio per la pastorale degli italiani nel mondo della Fondazione
Migrantes. «C'è urgente bisogno di sacerdoti e religiosi
per le nostre missioni in Europa - è l'appello che ha lanciato
in questi giorni ai padri provinciali riuniti a Olbia -. Sono
certo che le congregazioni e gli istituti potranno aiutarci a
risolvere questo problema». Attualmente servono tre s acerdoti
per la Francia, quattro per la Germania, due per la Svizzera e
altrettanti per il Benelux, un sacerdote per Stoccolma e tre per
l'Inghilterra. Altrimenti queste missioni rischiano di chiudere.
In tutta Europa, ad assistere spiritualmente due milioni di nostri
connazionali, ci sono oggi 115 sacerdoti diocesani, 52 religiosi
e altrettanti missionari scalabriniani. I centri missionari sono
in tutto 194.