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XLVII ASSEMBLEA GENERALE CISM - 2007
 
Relazione finale del presidente
D. Alberto Lorenzelli, SDB
09.10.2007
 
 

Come di consuetudine desidero condividere con voi alcune considerazioni maturate lungo la nostra 47a Assemblea, nella convinzione che il campo di riflessione individuato – il pluralismo religioso e culturale della società in Italia – rispecchi una situazione di drammatica concretezza nel nostro Paese.  Un problema, dunque, che non si poteva ignorare, al di là di scelte programmatiche che possono essere discusse e valutate dall’Assemblea – come lo scorso anno ad Olbia – e successivamente avvalorate dal Consiglio Nazionale.

Una retrospettiva

1.“Essere fedeli alla propria carta d’identità religiosa è il miglior passaporto per entrare nel territorio religioso altrui e dialogare in libertà e verità”. E’ stata la convinta provocazione di  Mons. Angelo Amato: “La finalità del dialogo interreligioso è soprattutto la promozione comune della pace, della comprensione e della collaborazione tra i popoli. Il dialogo, inoltre, non può e non deve escludere la conversione dei singoli alla verità e alla fede cristiana, nel rispetto della libertà e della dignità di ogni persona”. Per questo ancora oggi conserva tutta la sua pienezza la missione evangelizzatrice della Chiesa, che non è prevaricazione assolutistica e fondamentalistica, ma rispetto della verità del mistero salvifico di Cristo e obbedienza al suo comando di annunciare e di testimoniare il vangelo a tutte le creature (Mt 28,19-20). La parità, come indispensabile presupposto del dialogo, riguarda la pari dignità personale degli interlocutori e non i contenuti. Il cristiano in dialogo non può nascondere o tacere la verità della sua fede fondata sul mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato.  “Il dialogo insomma – afferma Mons. A. Amato - non può sostituire l’annuncio di Cristo, ma lo deve illuminare mediante i tre talenti spirituali propri della fede cristiana: la verità della rivelazione, la libertà della coscienza umana, la carità di ogni testimone cristiano”. Su questa base “la missio ad gentes risponde non solo a una retta epistemologia del dialogo interreligioso, ma anche a una corretta comprensione della libertà e del rispetto altrui. L’evangelizzazione è un’opportunità per il non cristiano di conoscere e di aprirsi liberamente alla verità di Cristo e del suo Vangelo”.  Compito storico della vita consacrata segnata dalla testimonianza di uomini e di donne che per fede hanno speso la loro vita e dato anche la vita nella certezza “di offrire la verità della propria fede con un atteggiamento di assoluta gratuità”.

2. La nuova situazione socio-culturale e ecclesiale del nostro Paese, non deve indurre nei consacrati, una sorta di facile acquiescenza a stereotipi sociali, sovente direttamente o indirettamente rafforzarti dagli stessi mass-media. “Lo stereotipo ha la meglio sulla scienza – ha affermato con vigore il prof. Roberto Cipriani - ciò che è στερεός, cioè solido ed inscalfibile, resta saldo sulle sue posizioni e ben poco o nulla permette a letture anche leggermente diversificate. In tal modo rigidità ed imprecisione, allo stesso tempo, si coniugano fra loro e danno forma ad una miscela che può esplodere in chiave di rivalse, vendette, condanne indiscriminate”. Le dettagliate ed aggiornate statistiche presentate dal noto sociologo - oltre alla sua disamina controcorrente – ci insegnano che anche i consacrati, devono investire in conoscenza perché il non superamento del pregiudizio diventa “una sorta di azzardo che fa leva su ipotesi non verificate o estremizzate, senza alcun confronto con i dati di fatto. Se poi si aggiunge la condivisione del medesimo pregiudizio da parte di molti si ha a che fare con una forza straordinaria che fa tabula rasa di coscienze e deontologie, tende ad annientarle o comunque a ridurle ad un silenzio innocuo e senza seguito”.

3. La ricaduta a livello di evangelizzazione e di pastorale del fenomeno migratorio si confronta oggi con oltre tre milioni e settecentomila di stranieri provenienti dal Sud del pianeta al vicino Est europeo. Fenomeno che mette in discussione le nostre scelte tradizionali a livello parrocchiale e di servizi sul territorio. Molteplici sono le iniziative in atto. Sia gli istituti maschili sia quelli femminili hanno attivato non poche risposte al riguardo. Forse il fronte dell’evangelizzazione esige interventi più coordinati e convincenti. “L'importanza della presenza dei religiosi nel campo della pastorale per i migranti – afferma il prof. Luigi Sabbarese - è sottolineata anche oggi dai documenti della Chiesa, proprio in forza della loro stessa natura. Di fatto, tale ambito pastorale è vasto e diversificato quanto quello della stessa Chiesa: non è altro che la pastorale della Chiesa realizzata in modo specifico, attraverso l'aiuto della stessa lingua dei migranti. Pertanto, gli istituti religiosi, nel rispetto del proprio carisma, possono trovare facilmente un impegno apostolico in qualcuna delle tante attività in cui si ramifica la pastorale per i migranti, apportandovi, per di più, la ricchezza, la varietà e la peculiarità del proprio carisma e delle loro istituzioni. Il significato di tali istituti assurge ad un'importanza eccezionale, quando si tratta di istituti clericali”. Da essi “la Chiesa esige un atteggiamento effettivamente e profondamente missionario, per realizzare, nella forma più completa, il significato della pastorale per i migranti”.

4. La ricchezza di contributi della tavola rotonda ha messo soprattutto in luce che la multiculturalità e le sue derive a livello di governo, formazione e organizzazione degli Istituti di Vita Consacrata è una “cassetta di attrezzi” in fase di allestimento, secondo la felice espressione di p. Gabriele Ferrari. Dunque, più che una sfida, si tratta di un cantiere già aperto che ci provoca a non sottovalutare le difficoltà, a non scoraggiarsi di fronte ad una politica dei piccoli passi, ma soprattutto un cantiere che deve investire in formazione perché le culture siano vettori di comunione all’interno degli Istituti, risorse di opportunità e di possibilità anche inedite nella prospettiva di una “progettazione della speranza” come ha detto p. Joseph Tobin.

Prima di sciogliere la nostra Assemblea vorrei puntualizzare alcuni orientamenti che possono essere indicatori utili all’interno della vita delle nostre province.

                                                
Per guardare oltre

1. Una società italiana a progressiva pluralizzazione culturale e religiosa è un fenomeno troppo recente per riuscire a cogliere in maniera adeguata i cambiamenti che essa introduce nella realtà. Pertanto è inevitabile che anche nelle nostre comunità si manifestino incertezze e pregiudizi sul come rapportarsi ad essa e non vi sia una condivisa interpretazione di una situazione socialmente complessa, “a mosaico fluido”. In questa prospettiva risulta urgente che gli Istituti attivino specifici progetti di formazione al fine di aiutare i religiosi a comprendere i cambiamenti in atto superando la passività dello spettatore per divenire attori capaci, grazie ad una adeguata mentalizzazione, di una efficace azione pastorale.

2. Di fronte all’emergenza di una società pluriculturale e all’impatto sovente lacerante di sofferenze dovute ad una integrazione difficile, la risposta dei consacrati è stata, come sempre, la carità prima ancora di avvalersi di strumenti di analisi e di progettazione d’intervento. Sarebbe opportuno che gli Istituti condividessero le loro esperienze – mediante il coordinamento dell’Area della solidarietà – per evitare un immagine di frammentazione d’iniziative e usufruire di un patrimonio di saperi e di competenze che messe in rete qualificano la carità e i servizi da essa supportati.

3. Le nostre comunità presentano in non pochi casi – oltre ai centri di formazione- un volto multiculturale. Un dato in fase di acquisizione nella mentalità ed interazione comunitaria. Non mancano problemi di convivenza. Si registrano, talvolta, condizioni di tensione che possono sfociare in episodi di intolleranza. Tutto questo non può lasciarci indifferenti. Le diversità dovrebbero abilitarci ad essere uomini di dialogo e cogliere in esse delle opportunità per dare senso e credibilità ad una comunione che rischia sovente l’alibi delle belle intenzioni, di fronte invece all’urgenza di accogliere le differenze come risorse di una interazione comunitaria più dinamica ed aperta al cambiamento.  In altri termini si tratta di evitare una nuova Babele che ritardi l‘avvento di una nuova Pentecoste!

4. La ricchezza di essere comunità multiculturali offre inoltre la possibilità di essere – nel territorio – agenti di un dialogo con altre culture e religioni. Non solo nell’attenzione e nell’accompagnamento pastorale dei rispettivi connazionali, ma anche per quei connazionali che non appartengono alla nostra fede e presentano un non aleatorio desiderio di conoscerci come credenti in Cristo. Si tratta di un ecumenismo di base che forse può facilitare non solo una pacifica convivenza di culture ma anche di essere di aiuto al superamento dell’intolleranza che è sempre frutto di ignoranza reciproca.

5. Non dimentichiamoci, infine, che la nostra comunità di credenti in Cristo è nata da una coppia che gli hanno sbattuto in faccia la porta perché per loro non c’era posto in albergo.  Credo che senza una capacità di serena e convinta accoglienza dell’”altro”ci giochiamo anche la nostra credibilità di consacrati nella Chiesa e società del nostro tempo.

Castellaro (IM) – 09.10.2007

 
XLVII ASSEMBLEA GENERALE CISM - 2007
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