Premessa
E’ ormai collaudata consuetudine che il Presidente offra una sua riflessione finale che sintetizzi quanto è stato ascoltato e condiviso e soprattutto delinei degli orientamenti che i Superiori Maggiori sapranno rilanciare nelle rispettive province. Ho articolato il mio contributo in tre tappe: una rapida valutazione delle “novità” della 49a Assemblea Generale di Torino (3-7.11.2009); le prospettive di mandato, ovvero alcuni orientamenti che riguardano la vita e la missione della CISM; infine alcuni elementi di rilettura desunti dai contributi forniti dai Relatori.
1. NOVITÀ NEL SOLCO DELLA TRADIZION
L’Assemblea di Torino non passerà certo inosservata nella storia della CISM. Mi sia concesso condividere con voi alcune sottolineature che hanno reso significativa – non meno di altre nostre Assemblee – la manifestazione torinese. Le elenco per facilità.
- L’aver assicurato una breve meditazione il mattino, durante la celebrazione della liturgia delle ore. Grazie a S. E. Rev.ma il Card. Poletto, la Parola di Dio è stato il vero incipit della nostra giornata. Il sapiente dosaggio ha reso la formula – a mio avviso – riproponibile anche in nostri prossimi appuntamenti.
- Le nostre liturgie eucaristiche, scandite attraverso l’itinerario nella storia della carità di Torino, sono state celebrate con accuratezza, partecipate con spirituale intensità. Beati, Santi, semplici uomini e donne che hanno speso la loro “esistenza per incarnare il Vangelo nella storia, per narrare in opere prima ancora che in parole il farsi prossimo di Dio all’uomo, mostrando che avevano una ragione per vivere così forte da essere pronti a morire per essa” (E. Bianchi).
- La presenza di ben tre Cardinali, evento eccezionale per la CISM, quasi da poter dire che passerà alla nostra storia, come la “Conferenza delle porpore”.
- La presenza, inoltre, delle autorità civili, non nell’ottica di un accondiscendenza politica, ma di sostegno e di incoraggiamento mediante interventi appropriati e convincenti.
- Non ultimo, la novità delle sintesi video-registrate delle nostre giornate che hanno assicurato una originale ed interessante “continuità visiva” alle nostre giornate.
Infine, il mio sincero grazie a tutti voi Superiori Maggiori, qui presenti, per la rinnovata fiducia alla mia persona nel ruolo di Presidente della CISM. Accettare per me un secondo mandato significa prendere atto di un impegno che non intendo considerare marginale in relazione al mio primario ufficio di Ispettore della Ispettoria Italia Centrale. L’esperienza del primo mandato, grazie al vostro sostegno e alla vostra collaborazione, ha messo in evidenza alcune linee progettuali
- per rafforzare il riconoscimento ecclesiale della Conferenza;
- qualificare il nostro servizio di animazione della Vita Religiosa in Italia
- e non disperdere il patrimonio di inserimento nel territorio, significato dalle Regioni.
2. PROSPETTIVE PER IL PROSSIMO QUADRIENNIO (2010-2014)
2.1 La 50a Assemblea della CISM a Milano-Assago
P. Fidenzio Volpi, vi ha già ragguagliato in proposito. Da parte mia intendo fare nostri gli orientamenti da Lui offerti. Mi preme in questo momento assicurarvi che l’evento non si ridurrà a celebrazione occasionale, ma vuol essere una verifica del cammino della Vita Religiosa nella Chiesa e società in Italia. L’occasione è propizia per interrogarci con parresìa evangelica sul nostro futuro alle luce di un passato che ha visto situazioni inedite e ha posto le premesse di problematiche in cui tutti siano ancora coinvolti. Non mancheranno pubblicazioni in questa prospettiva, come ripeto, non solo per “celebrare”, ma per “guardare avanti”!
2.2. Rilanciare la nostra presenza nelle Regioni
Si tratta di una esigenza non procrastinabile. Ne abbiamo parlato tanto, dobbiamo trovare tempo e forza per avviare un processo di riqualificazione della nostra presenza regionale. Su due versanti in particolare: accompagnamento delle Regioni, mediante una presenza – si vedrà chi e come – di animazione e di sostegno; di garanzia di attivazione degli organismi di rappresentanza, cioè di una “base” che si fa sentire! L’indebolimento delle Regioni renderebbe la nostra Conferenza “autoreferenziale”: non possiamo perdere il contatto con la realtà delle nostre Chiese e soprattutto non ci è concesso “assentarsi” dal dialogo con esse, soprattutto con i Vescovi. Con il Consiglio di Presidenza si studierà un’apposita programmazione per dare concretezza a questo nostro orientamento ed uscire così dall’impasse dei buoni propositi!
2.3. L’organigramma delle Aree-CISM
A dieci anni dalla loro attivazione (1999) le Aree della CISM hanno indubbiamente ampliato la varietà della nostra offerta e hanno assicurato una valutazione di temi e problemi da parte di un team in cui confluivano esperienza, professionalità e, in non pochi casi, innovazione. Non posso non richiamare il felice esito della Conferenza di Assisi. Non vorrei sembrare ripetitivo: dal mio punto di vista si tratta anche di un evento che ha visto CISM-USMI in stretta collaborazione. Credo che questa sia una linea da rafforzare: le Regioni devono entrare nell’ottica di una collaborazione per rendere la nostra soggettività ecclesiale, non ancorata a interessi di parte, ma che sa coniugare l’interesse della Vita Religiosa in Italia, come “comune interesse” dei nostri organismi.
Inoltre le Aree nella linea di una loro riqualificazione dovrebbero attingere a nuove risorse di professionalità e di competenza. Possibile che in una Roma con la più alta concentrazione di Facoltà Ecclesiastiche e, quindi, si suppone di ampia possibilità di risorse di competenza, non si riesca a ottenere la disponibilità di qualche mezza giornata da parte di professori e docenti? Non è nel loro interesse e di riflesso nel nostro poter condividere saperi, iniziative – penso in particolare al prossimo secondo Forum organizzato per il 18 marzo sull’Anno Sacerdotale in collaborazione con l’Antonianum – intese a valorizzare il meglio e il bello della nostra realtà in Italia? Interrogativi che desidererei non rimanessero senza risposta, ma avessero una convinta adesione di chi sul fronte delle Università Pontificie può dare un contributo di collaborazione alla CISM.
2.4. La revisione dello Statuto e del Regolamento
Da quanto finora esposto e dall’esperienza dell’ultimo decennio si rende opportuno riaprire il cantiere della revisione dello Statuto e del Regolamento. Si deve guardare in faccia alla realtà della Conferenza, alle sue reali possibilità e risorse e all’effettiva disponibilità delle medesime, ai tempi e modi delle nostre procedure. Non si tratta di una revisione radicale. Più concretamente s’impone un adeguamento delle norme per inscriverle in un sistema che faciliti e non intralci la gestione ed organizzazione della nostra Conferenza. In questa linea si attiverà una commissione ad hoc per procedere in tempi ragionevoli ad una revisione. I risultati saranno sottoposti alla valutazione ed approvazione della prossima Assemblea.
3. LINEE DI UNA VISIONE CONDIVISA
Povertà e comunione dei beni in un mondo globalizzato. Per una testimonianza credibile dei consacrati. Credo che sia possa con tutta tranquillità tracciare un bilancio largamente positivo della nostra 49° Assemblea generale, nella sontuosa architettura urbanistica della città di Torino. So che molti dei Superiori iscritti sono venuti per la prima volta nel capoluogo piemontese, già capitale della nostra Nazione. Ricorre, come ben sapete, nel 2011 il 150° dell’Unità d’Italia. Traccio,ora, come di consueto un primo sommario bilancio della nostra Assemblea mediante alcune linee di una visione condivisa desunte dalle ricche ed articolate relazioni. Anzitutto il mio apprezzamento ai Relatori: hanno rispettato le consegne tematiche e sviluppato i loro interventi con non pochi spunti di interesse ed anche originali.
In particolare, mi soffermo sull’intervento di P. Paolo Martinelli,o.f.m.cap. Relazione che per ampiezza, prospettiva di argomentazione teologica e, non ultimo, l’attenzione ad una ricaduta sulla linea di governo, ha offerto una riflessione – oserei dire – sistematica. Attendiamo la versione definitiva per coglierne appieno la ricchezza di spunti. Credo che si possano cogliere elementi di non poco interesse per il servizio di guida e di animazione delle nostre Province. “Quale responsabilità dei superiori maggiori perché la vita consacrata sia per il nostro tempo una testimonianza autentica?” Si chiede p. Martinelli. Mi sembra che si possa configurare nei seguenti orientamenti la sua risposta.
1. Educare alla speranza mediante cammini di autentica povertà volontaria
Il primo ambito è certamente quello formativo e qui si gioca forse la responsabilità più grande di governo, sostenendo e promuovendo percorsi educativi forti e significativi. Risuona, non senza una carità di comprensibile severità, il monito che “nei nostri conventi si può in effetti trovare spesso ogni genere di comodità e si possono avere cose che magari i giovani al di fuori fanno molto più fatica ad ottenere. Non è attraverso sconti nel percorso di necessaria rinuncia che troveremo più vocazioni, ma nello sperimentare e testimoniare una libertà più profonda dalle cose che ci permette di usarle più liberamente e senza false dipendenze. La povertà cristianamente compresa è virtù che purifica ed approfondisce il desiderio e lo rende nel tempo più potente ed incisivo, nel riconoscimento che ad esso Cristo compie, non solo alla fine ma già nel tempo. Solo un cuore povero sa riempirsi della ricchezza di Cristo e della sua pienezza di vita. Da un tale cammino emerge la forza ed il criterio per affrontare le sfide che la globalizzazione ci portano, compreso il consumismo e l’idolatria dell’avere.
2° La testimonianza di una vita fraterna povera
In secondo luogo il nostro Relatore crede che risulti decisiva una testimonianza della povertà come ricchezza di relazione umane nuove e libere. La povertà soprattutto, “nella sua realtà di “sine proprio”, senza nulla di proprio, appare come virtù della vita fraterna, come dimensione delle relazioni umane rinnovate. Evidentemente in essa si esprime il senso decisivo dell’accoglienza del dono di se stessi e dell’altro, come ingredienti della comunione fraterna in Cristo e pertanto anche come sigillo di una nuova appartenenza.
La vita fraterna in comunità caratterizzata dalla povertà evangelica non è il luogo dove trovare rifugio dalle difficoltà e dalle responsabilità che la vita richiede. La vita fraterna rilancia la libertà come responsabilità senza mai sostituire la libertà dei singoli, ma valorizzandola, correggendola e sostenendola nel compito previsto dalla propria vocazione”.
3°Povertà e lavoro
Vi è una dimensioneulteriore che caratterizza un’autentica povertà volontaria nella nostra forma di vita che deve essere attentamente presa in considerazione: il lavoro. “Uno dei segni di una società non del tutto sana è la mancanza di assunzione di responsabilità anche lavorativa nei confronti delle nuove generazioni. Credo che un consacrato che sceglie la povertà volontaria non possa stare molto tempo senza precise responsabilità di impegno di compito e di lavoro. Anche la formazione iniziale prevista nella nostra vita non può sospendere le persone da una sana dimensione di lavoro e di costruttività, senza la quale la nostra umanità nel tempo tende alla stasi se non alla regressione”.
Un tratto proprio della povertà – continua p. Paolo - è la disponibilità, “il non essere attaccati ad un proprio progetto, pronti ad assumere quanto è necessario compiere. In un epoca in cui le persone sono sottoposte in modo non libero ad una forte mobilità del posto di lavoro e di precariato, a noi è chiesto l’impegno nel lavoro con disponibilità e gratuità, per sostenere i bisogni della chiesa e dei poveri. La nostra condivisione della mobilità e del precariato si chiama disponibilità”.
4° La testimonianza nell’uso del denaro
Con quanto detto non si può evitare il tema del denaro in relazione alla povertà volontaria. Ribadendo la tensione ideale che la nostra forma di vita deve continuamente rilanciare, credo che sia importante tematizzare l’uso dei soldi. “Qui si deve toccare un aspetto piuttosto delicato in cui la responsabilità di governo gioca molto. La mancanza di trasparenza nella gestione dei soldi nella vita consacrata può diventare un freno dentro la dedizione che siamo chiamati a fare di noi stessi. Qui trasparenza non può certo voler dire che tutti controllano tutto, con un dispendio di tempo ed energie non degno dei poveri.
Si tratta di creare legami di fiducia vicendevoli. I mezzi finanziari ed informatici permettono oggi il fatto che ci si possa creare realmente una seconda vita all’interno delle nostre comunità. Si deve cercare di evitare doppie economie nelle fraternità o economie sommerse. Si deve poter sperimentare nella vita fraterna una fiducia reciproca per cui ciascuno constati che non vi è alcuna convenienza a gestire in proprio dei patrimoni”.
5° Missione, sobrietà ed austerità
Da qui si deve arrivare a tematizzare anche la qualità della povertà in comune e verificare anche la sobrietà ed austerità vissuta dalle nostre comunità di vita consacrata. “La domanda vera e costante che il governo di un istituto deve farsi è: se realmente quanto si possiede e si usa sia effettivamente per la missione che si deve svolgere. Infondo anche sobrietà ed austerità sono necessari proprio in vista di una tale semplicità che occorre valutare davanti ai propri beni. Una vita non sobria e austera, ossia non centrata sull’essenziale, difficilmente saprà valutare i propri averi alla luce della propria missione e farà presumibilmente far prevalere un certo comodo ed imborghesimento.
Se è vero che un tale percorso deve essere oggetti di verifica personale, tuttavia, è necessario che la responsabilità di governo dia sempre il buon esempio. In tal senso sorge anche come criterio di povertà al condivisione delle proprie risorse con altre realtà caratterizzate dallo stesso carisma o comunque dalla stessa missione ecclesiale. E’ segno di autentica povertà volontaria la condivisione delle risorse in vista dell’adempimento della comune missione ecclesiale”.
6° Vicinanza ai poveri
La globalizzazione chiede a noi un occhio particolarmente vigile alle nuove povertà, non solo materiali, ma anche spirituali, alla perdita di dignità della persona umana e di speranza, senza la quale la vita si imbruttisce e invecchia presto anche quando si è ancora giovani. “Anche qui credo – afferma p. Martinelli - che la responsabilità di governo giochi un ruolo importante non solo nella promozione di una reale vicinanza dei propri membri ai poveri secondo lo stile le opere proprie, ma anche a livello educativo: si tratta di richiamare e di formare alla motivazione di fede e di vocazione che sostiene e qualifica l’opzione preferenziale per i poveri e la vicinanza ad essi. Considerare su tante esperienze occorse, ci aiuta a comprendere come non è una percezione sociologica a poter sostenere una scelta di vita come quella religiosa; al contrario è la decisione per ciò che è incondizionato a rendere possibile una fedele testimonianza tra i bisognosi. La libertà dell’uomo si impegna in modo irrevocabile ed incondizionato quando riconosce ciò che è incondizionato ed irrevocabile: questo è Cristo per noi. E’ bene sostenere un cammino costante di formazione perché la vicinanza ai poveri trovi sempre il movente in ciò per cui abbiamo detto il nostro sì per sempre.
7° Povertà e stupore
Allo stesso modo vorrei richiamare anche l’importanza dell’impegno dei consacrati per quella forma di povertà volontaria che è l’impegno ad amare la realtà tutta come creazione e come dono di Dio. “Il problema è quello di produrre una cultura del dono che sappia riconoscere la precedenza del dato che va accolto e ospitato e non ridotto alla propria capacità di esperimento. In questo senso la povertà rappresenta un amore alla realtà per come è data, per il suo carattere di donazione. La povertà è un modo di sentire e di conoscere, di lasciare essere le cose. Quando ciò è vissuto rettamente non mortifica la capacità dell’uomo di intervenire sul reale. Infatti, il fondamento della creatività dell’uomo prima di essere la ragione calcolante è il riconoscimento del dono e la libertà interiore di fronte ai propri progetti. Il povero sa che la realtà è sempre di più della propria apparenza e sa collocare ogni cosa sotto un universo più grande che rende ogni particolare più significativo e carico di senso”.
La pacata, quanto lucidissima relazione del prof. Angelo Caloia ha saputo trasmetterci la consapevolezza del drammatico evento di una crisi economica che da finanziaria si è trasformata in crisi occupazionale, di cui abbiamo avuto echi ed effetti diretti con lo sciopero all’aeroporto di Caselle. Il tema affidato – indubbiamente complesso per le sue articolazioni – è stato affrontato con la rara capacità di voler far capire questioni abitualmente avulse dal nostro contesto di vita e di linguaggio. La concretezza di indicazioni e percorsi richiede una attenta rilettura del suo intervento. Mi limito a tre richiami, meglio lezioni di vita e di azione che risuonano non solo convincenti, ma cariche di una dimensione “altra” – si può dire senza smentita “spirituale” - rara per un economista di fama e di larga esperienza nazionale ed internazionale.
1° Il distacco del cuore
Potrebbe sembrare una citazione da manuale di ascetica. Tutt’altro. Il prof. Angelo Caloia annette ad essa una profonda valenza etica. Il distacco del cuore “consente nell’agire professionale ed economico, un supplemento di impegno morale, che si traduce in disponibilità ad assumere maggiori rischi (come auspicato dalla parabola dei talenti) al fine di favorire la ricerca di soluzioni costruttive nel rispetto e nella salvaguardia di ogni valore umano. Il discorso riguarda anche e soprattutto le istituzioni religiose”.
2° Edificare il relativo, testimoniare l’assoluto
Edificare il relativo, testimoniare l’assoluto: uno slogan che ben può illustrare la gestione di un ente religioso. “L’Ente religioso – afferma con fermezza il noto Economista - deve dare al proprio progetto un indirizzo carismatico che vada oltre il fine particolare o del momento e guardare principalmente al bene di tutta la Chiesa. Essendo il regno di Dio e la sua giustizia il primo scopo della gestione, ogni accumulo di beni, che sia fine a se stesso, contrasta con lo spirito evangelico di povertà e di carità, così come ogni parvenza di pura e semplice organizzazione aziendale rende dubbiosi, quando non scandalizza, sul vero significato del lavoro in atto”.
3° Per una logica del dono
Ispirandosi alla recente enciclica “Caritas in veritate” di papa Bendetto XVI, il prof. Caloia recupera il senso della l”liberalità ed economia del dono” come risposta “all’esigenza di limitare la monetizzazione della vita” nella convinzione che le sole dinamiche dell’interesse privato e statale non possono portare avanti. In particolare, la logica del dono rivaluta “la dimensione pubblica, intesa come dimensione di “ciò che è di tutti noi”, ovvero il valore della fiducia, della solidarietà, del contributo alla soluzione di problemi di “tutti noi”. Il valore del dono ed il senso del pubblico, come luogo dei problemi che riguardano tutti, sono in tal senso connessi. E soprattutto hanno a che vedere con la tenuta della società nel suo complesso. A differenza, tuttavia, delle transazioni di mercato, per le quali le azioni dei diversi attori producono in qualche modo un risultato accettabile, nelle transazioni di dono occorre ascoltare la persona che ci si trova d’innanzi: persona che spesso non parla e che quindi bisogna saper prevedere, interpretare, assumendo decisioni che non ricadono, se non in minima parte, su chi compie l’atto”.
La relazione di S. Em. Rev.ma il Card. Franc Rodé rileggendo il tema della povertà e comunione dei beni ha sottolineato in particolare, due aspetti che ritengo utile richiamare profondamente radicati nel senso e nella storia della vita religiosa..
1° Rimettere al centro la koinonia
“Anche in una situazione di crisi economica come quella attuale, l’esigenza della povertà e della comunione dei beni non rappresenta un’istanza di fondamentalismo arcaicizzante, né una riedizione delle ideologie pauperistiche. Non rimettere al centro della nostra attenzione la koinonia significa riandare alle sorgenti dell’esperienza cristiana per riscoprire l’assoluta centralità della condivisione fraterna, praticata nelle forme e nei modi che volta per volta si discerne come buoni. In tal modo i consacrati si adoperano per eliminare la situazione di bisogno che fa soffrire gli uomini, e anche con i loro beni predispongono tutto ciò che è in loro potere per accogliere la venuta del regno: questo avvenne nelle diverse forme di condivisione praticate dalle comunità primitive, questo è avvenuto lungo tutta la storia della vita religiosa, questo deve avvenire ancora oggi”
2° Fedeltà personale e comunitaria
Citando un noto passo di un Padre della Chiesa, invita a recuperare un sapere antico dei religiosi. Come amava ripetere Giovanni Crisostomo: “il mio e il tuo non sono altro che parole prive di fondamento reale. Se dici che la casa è tua, dice parole inconsistenti, perché l’aria, la terra, la materia sono del Creatore, come pure tu che l’hai costruita, e così tutto il resto” (Omelie sulla Prima lettera ai Corinzi 10,3; PG 61, 85). Essi sanno pure – continua il Card. Rodè – che nel giorno del giudizio la loro fedeltà personale e comunitaria al Signore verrà pesata anche su questa condivisione fraterna, che è il nome comunitario dell’amore”.
Considerazioni conclusive
Carissimi Superiori Maggiori, a conclusione di una sintesi di quanto abbiamo ascoltato durante la nostra Conferenza, reputo significativi due passaggi del Magistero che focalizzano valori di sempre delle nostro essere Religiosi: “Oggi possiamo dire – afferma la Caritas in veritate, n. 38 - che la vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in diversa misura e con modalità specifiche, deve essere presente l'aspetto della reciprocità fraterna. Nell'epoca della globalizzazione, l'attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. […] Carità nella verità, in questo caso, significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso”.
Infine Vita consecrata n. 90 sul senso della nostra povertà: “In realtà, prima ancora di essere un servizio per i poveri, la povertà evangelica è un valore in se stessa, in quanto richiama la prima delle Beatitudini nell'imitazione di Cristo povero. Il suo primo senso, infatti, è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano. Ma proprio per questo essa contesta con forza l'idolatria di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose […] Alle persone consacrate è chiesta dunque una rinnovata e vigorosa testimonianza evangelica di abnegazione e di sobrietà, in uno stile di vita fraterna ispirata a criteri di semplicità e di ospitalità, anche come esempio per quanti rimangono indifferenti di fronte alle necessità del prossimo”.
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