Carissimi Confratelli,
con le Parole di San Paolo ai Tessalonicesi vi rivolgo il mio sincero saluto: “grazia a voi e pace! Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo”. Vorrei che il nostro ricordo lo estendiamo a tutte le nostre comunità e ai nostri confratelli, in particolare a quelli anziani e ammalati che ci accompagnano, all’inizio dei nostri lavori, con la preghiera.
Introduzione
1. Ad un anno di distanza dall’Assemblea Generale di Napoli, ci ritroviamo a Torino per il consueto appuntamento annuale di tutti i Provinciali d’Italia. Essere insieme è sempre per noi motivo di gioia e di conforto e lo è maggiormente per rafforzare i vincoli della nostra comunione e condividere la sollecitudine pastorale per i nostri Istituti. Invochiamo su di noi e sui lavori che ci attendono la luce e la grazia dello Spirito Santo, che sempre guida e fortifica i passi della Chiesa. Siamo uniti nella preghiera e nella comunione fraterna, memori della parola di Gesù che ci assicura: “se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,19-20). Ancora nella luce della Festa di Tutti i Santi, che abbiamo appena celebrato, imploriamo questa innumerevole schiera di fratelli e sorelle che intercedano per noi, per le nostre riflessioni e deliberazioni e chiediamo il dono dello Spirito Santo affinché ci guidi sui sentieri della verità, dell’amore e della pace.
2. Voglio ringraziare ciascuno di voi per la vostra presenza, per tutto quello che fate, per i segni di stima e collaborazione che offrite alla Presidenza e alla Segreteria Nazionale e l’accoglienza calorosa e fraterna che ho ricevuto in molte vostre Regioni dove sono stato invitato in questi quattro anni di servizio alla CISM. Vi incoraggio a perseverare nell’impegno di animazione della vita consacrata nelle varie Regioni per mantenere viva e feconda la nostra presenza nelle Chiese locali, suscitare la collaborazione, il confronto e le buone relazioni che permettono di riconoscere il volto bello della vita consacrata in Italia e di evidenziare tutto il bene e il buono che facciamo.
3. Rivolgiamo al Santo Padre, l’augurio più affettuoso, con sentimenti di profonda gratitudine e vicinanza spirituale. Nel suo quinto anno di Pontificato, Egli è stato particolarmente fecondo sotto il profilo magisteriale: ricordo soltanto l’Enciclica Caritas in Veritate, le profonde catechesi nell’Anno Paolino, l’indizione dell’Anno Sacerdotale, con il quale il Papa dà voce al suo amore per il ministero ordinato e per i sacerdoti rivolgendo parole toccanti e di intensa spiritualità: “Non è tanto importante che cosa fai, ma è importante che cosa sei nel nostro impegno sacerdotale. Senza dubbio dobbiamo fare tante cose e non cedere alla pigrizia, ma tutto il nostro impegno porta frutto soltanto se è espressione di quanto siamo, se appare nei nostri fatti il nostro essere profondamente uniti con Cristo: essere strumenti di Cristo, bocca per la quale parla Cristo, mano attraverso la quale agisce Cristo. L’essere convince e il fare convince solo in quanto è realmente frutto e espressione dell’essere” (Benedetto XVI, Ai sacerdoti della diocesi di Aosta, 25 luglio 2005).
Cari Confratelli l’invito che il Papa rivolge a noi, in questo anno sacerdotale, è di essere sacerdoti e di agire di conseguenza. Quel Dio che ci ha guardati e amati e al quale ci siamo donati, con una scelta che è, appunto, radicale, ci chiede di “essere testimoni prima che maestri”; servi per amore; fratelli tra fratelli.
4. Del Magistero di Benedetto XVI sottolineo alcuni aspetti dell’Enciclica “Caritas in Veritate”, che in realtà si presenta come la carta di navigazione per prendere il largo, verso uno sviluppo integrale della famiglia umana, verso una nuova civiltà dell’amore fraterno, formulata in aperto dialogo con alcune domande fortemente presenti nell’animo umano e nella cultura del nostro tempo, e quindi capace di toccarci nel profondo e di stimolarci a “vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo” (Deus caritas est, 39). C’è, anzitutto, una sintonia profonda tra la vita dei consacrati a Dio e la prospettiva teologico-ecclesiale della CIV. Alcune sottolineature. I problemi sociali legati alla globalizzazione e allo sviluppo dei popoli si possono affrontare e risolvere se prima del «fare» si pone l’ «accogliere». In altri termini, se si imposta l’esistenza di modo che il senso della vita non lo si fabbrica ex nihilo ma lo si riceve prima in dono da Dio. Dono che lo si riconosce mediante un processo cognitivo realista e non idealista del nostro essere che, per il credente, si attua in Cristo, nel suo Corpo mistico, in quella comunione con Lui e con gli altri che è la Chiesa.
La vita delle persone consacrate è propria di “professionisti” che riconoscono questo e intendono centrare se stessi e la propria esistenza su Dio, sull’accoglienza della vita d’amore che da Lui discende e colma il loro essere, per comunicarla ad altri, affinché la possano vivere secondo quella pienezza che si è manifestata in Cristo Gesù. Viene, allora, spontaneo sviluppare la presentazione della CIV, i suoi aspetti teologico-pastorali, insistendo sull’annuncio e sulla testimonianza che di essa i religiosi sono chiamati ad attuare come professionisti di Dio (a Lui riconoscono il primato), come evangelizzatori del sociale ed educatori alla fede.
Vi si possono trovare alcuni riferimenti all’educazione, ad esempio, quale condizione essenziale per l’efficacia della cooperazione internazionale (cf CIV n. 61). E tuttavia, l’intera enciclica sollecita ad una nuova sintesi umanistica e alla corrispettiva opera pedagogica, presupposta dall’educazione ad una fede adulta. La questione dello sviluppo integrale della famiglia umana si pone innanzitutto come un problema essenzialmente di tipo antropologico ed etico, di stili di vita, di modelli culturali, di umanesimi. È, infatti, intrinsecamente connessa con la verità sull’uomo, con un’opera complessa e per nulla facile di formazione sul piano del discernimento, della progettualità e della sperimentazione. L’obiettivo di uno sviluppo qualitativo dipende, in ultima analisi, dall’educazione, che è l’emergenza odierna per eccellenza, e che figura anche negli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il prossimo decennio.
Se ne possono ricavare alcune dagli stessi fattori ed indici dello sviluppo quali emergono dalla lettura della CIV. Fattori interdipendenti con lo sviluppo secondo Benedetto XVI sono: l’etica della vita, la libertà responsabile, la verità del bene umano integrale; la fraternità, la carità di Cristo: ecco, dunque, i primi capisaldi di un’azione educativa commisurata al tema centrale della CIV. Indici dello sviluppo umano, invece, non sono solo quelli materiali o cognitivi, quali il reddito, la sicurezza della casa, la salute o l’istruzione, le opportunità di scelta. Sono, in particolare, la disponibilità del telos umano che sospinge ad effettuare scelte buone e giuste; un multiculturalismo non divaricato e non eclettico, ma animato da una profonda comunicazione e da un’intensa convivialità sul bene umano; un assetto di istituzioni economiche atto a fronteggiare le necessità dei beni primari e le emergenze di vere e proprie crisi alimentari e non. A questo proposito notiamo che la CIV non è contro il libero mercato in sé, il capitalismo e le multinazionali in quanto tali, bensì contro le loro deviazioni etico-culturali deteriori. Altri indici di importanza primaria sono l’impegno per l’apertura alla vita e il rispetto dovutole lungo tutto il suo percorso; il rispetto del diritto alla libertà religiosa; l’interazione tra i diversi livelli del sapere umano all’interno di una loro sintesi armonica e sapienziale, resa possibile da un amore intelligente; la DSC, la «ragione economica»1 Questo elenco, che non pretende di essere esaustivo è sufficiente a far comprendere come, in vista dell’educazione ad uno sviluppo qualitativo per tutti, sia necessario leggere attentamente la CIV per cogliere la specificità della sua proposta circa la crescita della famiglia umana e le corrispondenti implicanze pedagogiche.
5. Dopo il Santo Padre, salutiamo e ringraziamo il Cardinale Severino Poletto, Arcivescovo di Torino, città e Diocesi che ospita la nostra Assemblea, per la sua presenza questa sera e per i saluti di benvenuto appena rivolti. Grazie Eminenza! Apprezziamo sinceramente la sua fraterna sollecitudine nel seguire i nostri lavori e per il dono della celebrazione eucaristica di giovedì sera in lode e ringraziamento a Dio Padre, di benedizione su di noi e la Vita Consacrata in Piemonte.
Nella città di Torino avremo nuovamente occasione di incontrarci per l’Ostensione della Santa Sindone. Siamo certi, Eminenza, come Lei ha affermato che “l'avvenimento sarà per la città e per la diocesi un'occasione unica, un dono straordinario. L'evento darà nuovo slancio al cammino spirituale e pastorale delle nostre comunità cristiane e infonderà speranza e fiducia a tutti, a cominciare dalle tante persone provate dalla povertà e da ogni tipo di sofferenza fisica e morale”. Il tema dell'ostensione della Sindone “Passio Christi, passio hominis”, darà alla città di Torino, sempre considerata "città del lavoro e dell’industria" – come Ella Eminenza ha voluto sottolineare - in questo momento sente più che altrove le conseguenze di una crisi vasta e prolungata oltre ogni aspettativa». Nella prevista visita del Papa a Torino ci si attende, oltre che «donare una parola di conforto» a tutti i sofferenti, che dia ragioni di speranza a tutta la comunità ecclesiale, nello spirito della sua ultima Enciclica "Caritas in Veritate" , in particolare «a quanti stanno trepidando per un posto di lavoro in questa città». Ci sentiamo solidali sia come Conferenza, sia come Superiori Maggiori a chi in questo momento subisce le conseguenze di una crisi economica di cui ancora – al di là di previsioni forse incautamente incoraggianti – paga ancora di fatto sulla propria pelle la precarietà e l’insicurezza di vita propria e delle rispettive famiglie.
6. Il nostro saluto rispettoso e cordiale va inoltre al Nunzio Apostolico in Italia, S.E. Rev.ma Mons. Giuseppe Bertello, che ci onora costantemente con la sua presenza ed ha avuto la grande gentilezza di condividere recentemente un incontro di dialogo e di confronto con tutto il Consiglio di Presidenza. Gli confermiamo la nostra amicizia e volontà di collaborazione, accompagnate dalla preghiera per la sua persona e per la missione che gli è affidata. Lo ringraziamo per la premura e attenzione che esprime per la Vita Consacrata in Italia.
7. Al Dott. Sergio Chiamparino, Sindaco della città di Torino, che onora con la sua presenza questa nostra 49^ Assemblea Generale, e porta il saluto e il benvenuto di tutta la città, la nostra gratitudine e l’augurio di un proficuo lavoro nel suo impegno per la società civile.
8. Mi è caro rivolgere un affettuoso saluto e un “benvenuto” nella nostra Assemblea a tutti i Provinciali di nuova nomina. La vostra presenza e la partecipazione alla vita della CISM ci incoraggiano e rinnovano di linfa nuova la nostra Conferenza.
La Conferenza sulle opere di carità – Assisi
9. Le Opere di Carità nelle attività sociali dei religiosi è stato il grande tema che ha guidato la nostra riflessione e ci ha permesso di presentare il volto bello della Vita Consacrata in Italia. La Celebrazione della Conferenza, che si è tenuta ad Assisi dal 12 al 15 ottobre 2009, è stata la prima tappa di un cammino che si propone di avviare una vantaggiosa collaborazione fra le/i religiose/i di fronte alle sfide che si delineano oggi in Italia, nelle opere di carità e di impegno sociale. L’appuntamento si è rivelato non solo di interesse culturale, ma anche di amicizia, di confronto e di collaborazione intercongregazionale.
10. Gli obiettivi di partenza possiamo ritenerli ampiamente raggiunti:
- Comunionale, perché “insieme” e “in rete” è “la strada” del futuro dei Religiosi in Italia.
- Teologico perché vuole aiutare i religiosi a passare dalle opere della “legge” alle opere della “fede”. Dentro il racconto del bene che i religiosi stanno facendo sparsi per le Regioni della nostra Italia, si vuole guidare le comunità religiose a verificare quale annunzio del Vangelo si manifesta nelle loro opere e attività sociali. Può esserci carità senza l’annuncio chiaro di Cristo? Può una radice vivere senza essere bagnata dalla fonte?
- Storico, ovvero l’incidenza effettiva delle Opere Sociali dei Religiosi sulla società italiana dall’ ‘800 ad oggi. In questo excursus storico la Fondazione Zancan, col suo Centro Studi e Ricerca Sociale, ci aiuterà a dare inizio alla ricostruzione della storia delle innovazioni prodotte dal Welfare dei religiosi, nel campo socio-sanitario dall’Unità d’Italia a oggi.
- Profetico. La Tavola Rotonda dell’ultimo giorno ha avuto l’intento di far emergere le linee di una nuova politica delle opere sociali dei religiosi; nuovi e profetici stili di vita e di missione; accanto a studi di fattibilità, soluzioni pratiche da offrire agli istituti religiosi.
Nelle situazioni problematiche e difficili nelle quali tutti noi viviamo, i consacrati e le consacrate continuano a ripetere, con la loro vita offerta totalmente a Dio e a servizio dell’uomo, che Dio è presente, opera per la nostra salvezza, offre a tutti i credenti nuove possibilità per incarnare il Vangelo e servire i fratelli, gli ultimi e i più poveri, e per proclamare, quali testimoni dei beni futuri, che una nuova società sta sorgendo con il concorso di tutti gli uomini di buona volontà.
11. S.E. Rev.ma Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, a conclusione della sua bella relazione, ha invitato tutti religiosi presenti ad Assisi, a pensare “il mondo come “luogo del Vangelo”. Dunque, ad una carità che si edifica nella compagnia degli uomini senza avanzare la pretesa di soluzioni facili, ma che avverte il valore e la prassi del discernimento come suo stile. Pertanto è possibile qualificare la carità e lo stile delle opere, in cui essa si esprime, con tre aggettivi: umile, discreta e bella.
12. All’inizio del mio mandato di Presidente della CISM avevo sottolineato l’importanza di far conoscere il volto “bello” della Vita Consacrata in Italia per quello che è e per quanto fa. In questa prospettiva la nostra Conferenza ha dato il testimone a Don Wladimiro Bogoni, attraverso l’area della Solidarietà, per intraprendere un cammino di convergenza, di pensiero e di azione tra i vari organismi della Vita Consacrata, al fine di una vantaggiosa collaborazione fra i religiosi e le religiose di fronte alle grandi sfide che oggi si delineano in Italia, nelle Opere di Carità e di impegno sociale. La corale adesione all’iniziativa della Conferenza, al di là di ogni aspettativa, è già un risultato tangibile di quei semi di speranza di ciò che si è fatto e di quello che si apre all’orizzonte. Ringrazio di cuore don Wladimiro e tutta l’Area della Solidarietà, l’USMI e la FIRAS, e a tutti coloro che hanno collaborato al buon esito di un evento di indubbia rilevanza ecclesiale.
Torino sede della nostra Assemblea Generale
13. Celebrare la nostra Assemblea a Torino riempie di significato particolare il nostro incontro e ci richiama una delle stagione storiche tra le più significative della spiritualità italiana, non solo per la presenza di importanti santuari mariani, ma soprattutto – ampliando lo sguardo a tutto il Piemonte – alle straordinarie figure di santi sacerdoti e, non ultima, l’esperienza di una vita cristiana che si esprime con una spiritualità eucaristica e mariana, formativa e caritativa. Originari di queste terre, un tempo avare di beni materiali, ma senza dubbio spiritualmente fertili, alcuni santi vi condussero la loro vita, molti "emigrarono" soprattutto a Torino, dove vissero la bella avventura della santità, perché "lo Spirito soffia dove vuole".
14. Di tale spiritualità sono manifestazione tangibile la vita e le opere di una autentica “corona sanctorum” che ha lasciato un’impronta indelebile lungo il corso del XIX e XX secolo.
Vorrei qui menzionare, rispettando il percorso storico di presenza nella Chiesa e società del loro tempo, Pio Bruno Lanteri (1759-1830), fondatore degli Oblati di Maria Vergine; san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786- 1842), l'inventore di quella "enciclopedia della carita", che è la Piccola Casa della Divina Provvidenza; il cappuccino, cardinal Guglielmo Massaja (1809-1889), straordinaria figura di apostolo ad gentes; san Giuseppe Cafasso (1811-1860), il "santo della forca" e formatore di sacerdoti diocesani; san Giovanni Bosco (1815-1888), il santo della gioventù; il beato Francesco Faa' di Bruno (1825-1888) scienziato e fondatore; san Leonardo Murialdo (1828-1900), caratteristica del presbiterio torinese; Santa Maria Domenica Mazzarello di Mornese (1837-1881); l'adolescente san Domenico Savio (1842-1857); il beato Giuseppe Allamano (1851-1926), che continua a far del bene nel mondo con i suoi Missionari della Consolata; Don Luigi Orione (1872-1940), l'affascinante figura del beato Pier Giorgio Frassati (1901-1925); san Callisto Caravario (1903-1930), martirizzato in Cina ne1 1930.
La narrazione della vita di questi santi incarna pienamente la povertà e la carità cristiana, lascia dietro di sé imponenti e durature opere assistenziali.
Povertà Evangelica
15. La Povertà evangelica e profetica sarà il tema che guiderà la nostra riflessione. Abbiamo visto l’anno scorso che il primo atteggiamento di fondo o virtù di Cristo è l’obbedienza: che nell’obbedienza si compie il suo rapporto di amore con il Padre e che nell’obbedienza noi possiamo vivere l’amicizia con Lui. Anzi l’amicizia è obbedienza e questa è imitazione.
La seconda grande virtù di Cristo è la povertà. Cristo da ricco si è fatto povero. Scegliendo di farsi uomo, è nato povero. In Lui la povertà non è una necessità, ma una scelta, una virtù appunto. Egli parla di «inganno della ricchezza» (Mc 4,19) che soffoca la parola di Dio in noi; dice che la vita di un uomo non dipende dai suoi beni (Lc 12,15), che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli (Mt 19,23), che non si può servire a due padroni: Dio e il denaro (Lc 16,13). San Paolo poi dichiara che «l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori» (1Tm 6,10).
La povertà è, per Gesù, via che conduce a Dio. Egli nascendo povero ci ha voluti indicare la via che porta a Dio. Ma ovviamente la povertà scelta, la virtù della povertà, non l’indigenza, è via a Dio. L’indigenza va combattuta, la povertà scelta. La povertà non è separabile dalla virtù dell’obbedienza. Se con la prima noi rinunciamo a tante cose per non cadere nei mali prodotti dall’attaccamento ad esse e scegliamo la via della sobrietà, con la seconda noi rinunciamo alla nostra volontà per fare la volontà di Dio. Può farsi volontariamente povero però soltanto chi è ricco nel cuore di Dio, della sua grazia e dei beni da Lui donatici. Sì, per farsi poveri si deve essere interiormente ricchi, cioè aver compreso che Cristo è il tesoro nascosto nel campo del nostro cuore e che prima di acquistare le cose dobbiamo preoccuparci di acquistare il nostro cuore per entrare in possesso del tesoro che vi è nascosto (Mt 13,44). Gesù, infatti, ritiene che nulla valga quanto il cuore e l’anima di una persona: «Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?» (Mc 8,36-37).
16. Oggi la ricchezza, il successo, il potere, il piacere sono dei miti continuamente pubblicizzati. Ebbene, Gesù ci dice: “non sarà la ricchezza o il successo o il potere o il piacere a rendervi felici, ma soltanto io posso rendervi felici”. Lo aveva capito bene san Paolo, che ai Filippesi così confessava: «Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero una spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,7-8). La povertà per Cristo è la scelta di Cristo come unico grande guadagno, vera ricchezza che ha valore per l’eternità.
Dalla povertà dipende tutta la ricchezza del dono che siamo chiamati a dare a chi è nel bisogno. Ci facciamo poveri come Gesù per donare ai poveri come Gesù. Egli ha sfamato le folle moltiplicando i pani, ma ha volontariamente sofferto la fame, la sete. Dal cuore povero nasce la solidarietà ricca e gioiosa. La nostra Regola spirituale ci ricorda che fine della scelta di imitare Cristo povero sono la comunione e la solidarietà: quella solidarietà che consiste nel condividere con gli altri ciò che abbiamo e ciò che siamo.
Madre Teresa di Calcutta ha bene interpretato questo messaggio evangelico con la sua vita e le sue opere. A proposito della povertà evangelica così scrive: «La povertà è amore prima di essere rinuncia. Per amare è necessario dare. Per dare è necessario essere liberi dall’egoismo». Ma la povertà è figlia dell’umiltà. Così continua: «La povertà è la nostra dote. Di fronte a Dio la nostra povertà è umile riconoscimento ed accettazione della nostra fragilità umana, della nostra impotenza e nullità; è consapevolezza della nostra indigenza che si esprime come speranza in lui e disponibilità a ricevere tutto da lui che è il Padre» 2. È dunque piena fiducia nella provvidenza di Dio.
La vita Consacrata ad una svolta
17. A convocarci è Dio stesso, il quale continuamente ed in ogni tempo chiama e manda i suoi profeti, perché ci sia per tutti vita in abbondanza. Le chiamate di Dio richiedono generosità, dedizione piena e disponibilità anche al patimento per “dare la vita”; non nasce vita senza “le doglie del parto”. Dio non invita a consolidare situazioni di stagnazione o addirittura di morte, ma invia il Suo Spirito per ridare vita e vitalità, trasformare le persone e, attraverso esse, rinnovare la faccia della terra.
Oggi la situazione del mondo e della Chiesa ci chiedono di camminare con il Dio della storia. Non possiamo rinunciare alla nostra vocazione di essere, come consacrati, la punta di diamante nel Regno di Dio, le sentinelle del mondo e i sensori della storia. La nostra vocazione ci spinge ad essere quanto il Signore si attende da tutti i suoi discepoli: “sale della terra e luce del mondo” (cf. Mt 5, 14). Ecco le due immagini utilizzate da Gesù per definire e caratterizzare i suoi discepoli. Entrambe sono molto eloquenti e ci dicono che mettersi alla sequela di Cristo non è tanto determinato dal “fare” quanto dall’“essere”, è cioè più questione d’identità che di efficacia, più problema di presenza significativa che di attuazioni grandiose.
Anche qui, quello che importa non è tanto il rinnovamento dei nostri Istituti o il loro futuro, quanto la passione per Gesù e il Regno di Dio. Questa è la nostra speranza. È qui che si trova la vitalità, la credibilità e la fecondità della vita consacrata. In effetti, l’apertura alle domande, alle provocazioni, agli stimoli e alle sfide dell’uomo moderno, ci libera da ogni forma di sclerosi, di atonia, di stallo, d’imborghesimento e ci mette in cammino “al passo di Dio”. Eviteremo allora di volgerci indietro, diventando così statue di sale, oppure di illuderci in sterili fughe in avanti, non conformi alla volontà di Dio.
18. Un elemento tipico dei nostri Fondatori è stata sempre la sensibilità storica e oggi, più che mai, non possiamo trascurarla. Essa ci renderà attenti alle istanze della Chiesa e del mondo. Ci farà “andare” e “uscire” alla ricerca dei nostri destinatari. Non c’è dubbio che la vita consacrata stia vivendo un momento ancor più delicato di quello dell’immediato post-Concilio, malgrado tutti gli sforzi di rinnovamento fatti. Davanti a questo panorama può emergere la tentazione di un semplice ritorno al passato, dove recuperare sicurezza e tranquillità, a prezzo di una chiusura ai nuovi segni dei tempi, che ci spingono a rispondere con maggiore identità, visibilità e credibilità.
La soluzione non sta in scelte restauratrici; non si può infatti sottrarre alla vita consacrata la forza profetica che sempre l’ha contraddistinta e che la rende dinamica e controculturale. Ciò che è messo in gioco per il prossimo futuro non è la sopravvivenza, ma la profezia della vita consacrata. Non dobbiamo quindi coltivare un “accanimento istituzionale”, cercando di prolungare la vita ad ogni costo; dobbiamo piuttosto cercare con umiltà, con costanza e con gioia di essere segni della presenza di Dio e del suo amore per l’uomo. Solo così potremo essere una forza trainante ed affascinante.
19. Ebbene, per essere una presenza profetica nella Chiesa e nel mondo, la vita consacrata deve evitare la tentazione di conformarsi alla mentalità secolarizzata, edonista e consumista di questo mondo e deve lasciarsi guidare dallo Spirito, che l’ha fatta sorgere come forma privilegiata di sequela e di imitazione di Cristo. Potremo così conoscere ed assumere il volere di Dio su di noi, in questa fase della storia, e portarlo dentro la nostra vita con gioia, convinzione ed entusiasmo. «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2). Non possiamo dimenticare che la vita cristiana, e a più ragione la vita consacrata, non ha altra vocazione e missione che essere «sale della terra» e «luce del mondo».
Sale della terra siamo noi quando viviamo lo spirito delle beatitudini, quando costruiamo la nostra vita a partire dal discorso della montagna, quando viviamo un’esistenza alternativa. Si tratta di essere persone che, di fronte a una società che privilegia il successo, l’effimero, il provvisorio, il denaro, il godimento, la potenza, la vendetta, il conflitto, la guerra, scelgono la pace, il perdono, la misericordia, la gratuità, lo spirito di sacrificio, cominciando dal cerchio ristretto della famiglia o della comunità per allargarsi poi alla società.
Gesù ci avverte però della possibilità che il sale perda il sapore, che i suoi discepoli non siano autentici. Egli segnala gli effetti disastrosi di ciò: «A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini». O siamo discepoli con chiara identità evangelica, quindi significativi e utili per il mondo, o siamo da buttar via e da disprezzare, siamo degli infelici, non siamo nulla. Il cristianesimo, la fede, il vangelo, la vita consacrata hanno una valenza sociale e una responsabilità pubblica, perché sono vocazione e missione, e non possono essere intesi e vissuti “ad uso privato”.
Questo è il senso dell’esortazione con cui Gesù conclude le sue parole: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini». Gesù vuole che i suoi discepoli facciano del discorso della montagna un programma di vita. Mitezza, povertà, gratuità, misericordia, perdono, abbandono a Dio, fiducia, amore agli altri sono dunque le opere evangeliche che si devono far risplendere, quelle che ci fanno diventare “sale” e “luce”, quelle che ci aiutano a creare quella società alternativa che non permette all’umanità di corrompersi del tutto.
20. Noi, cari confratelli, siamo chiamati ad essere speranza, ad essere luce e sale; siamo chiamati a una missione verso la società e il mondo, una missione riassumibile in una parola: santità! Ci diceva Giovanni Paolo II: «Sarebbe un controsenso accontentarci di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità superficiale... È ora di proporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria», che è appunto la santità. Direi che è affascinante essere santi, perché la santità è luminosità, tensione spirituale, splendore, luce, gioia interiore, equilibrio, limpidezza, amore portato sino all’estremo.
Se è vero che la vita consacrata è «dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore», «albero piantato da Dio nella Chiesa», «dono speciale che aiuta la Chiesa nella missione salvifica» e che essa «appartiene fermamente alla vita e santità della Chiesa» (LG 43 e 44), ne consegue che vivere intensamente i momenti della vita della nostra Conferenza (Assemblea Generale, Consigli Nazionali, Convegni… ecc.) sono eventi ecclesiali nel senso autentico della parola. Si tratta di un vero “kairós”, in cui Dio opera per portare la Chiesa ad essere sposa di Cristo, tutta splendente, senza macchia e senza rughe.
21. Carissimi Confratelli, mentre mi accingo a concludere queste riflessioni introduttive alla nostra Assemblea Generale, affido alla materna protezione di Maria, la Madonna Consolata e Ausiliatrice dei Cristiani, perché Ella aumenti la nostra capacità di contemplare con sguardo limpido e puro il disegno originale di Dio su ciascuno di noi e sui nostri Istituti e ci ottenga la grazia di saperci e volerci figli che cercano solamente di fare la volontà del Padre.
Ringrazio della presenza tra noi di Madre Viviana Ballarin o.p., Presidente Nazionale dell’USMI, per la costante collaborazione e comunione con la nostra Conferenza.
Infine, ma non ultimo in ordine di importanza, un caloroso saluto e il grazie sincero da parte della Presidenza Nazionale alla CISM del Piemonte per l’impegno nell’organizzazione e l’accoglienza, che sentiamo calorosa e viva, e alla Segreteria Nazionale per il coordinamento e il lavoro assiduo di preparazione della nostra Assemblea.
A tutti Buon Lavoro.
1 Cf. M. TOSO, La speranza dei popoli. Commento all’enciclica «Caritas in veritate», LAS, Roma 2009, pp. 27-34.
2 Con la parola e l’esempio, Piemme, p. 36.
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