
Un convegno ecclesiale è anzitutto un evento di comunione e di preghiera. Così è di questo grande raduno delle Chiese d'Italia in corso a Verona. I 2.700 partecipanti, prima ancora che a discutere, si sono ritrovati per condividere. È su questo sfondo che tutto il resto va letto. Ridurre quanto sta accadendo ad altre logiche, rischia di oscurarne il senso.
Il Convegno di Verona è anche un appuntamento in cui rappresentanti qualificati di tutte le comunità ecclesiali del nostro Paese si confrontano con una realtà sociale, politica, culturale che muta sotto i nostri occhi con una rapidità impressionante. Si tratta di "tradurre in italiano" - come ha detto un relatore - e nell'italiano di oggi, l'annuncio del Vangelo. Ma per tradurre un messaggio bisogna conoscere bene la lingua in cui lo si vuole esprimere. Bisogna saper uscire, cioè, dai propri schemi mentali per entrare in quelli dell'altro, a cui ci si rivolge.
Gli ambiti su cui i lavori si incentrano sono: l'affettività, il lavoro e la festa, la fragilità, la tradizione, la cittadinanza. Questioni che fanno implodere qualunque ottica angustamente burocratica, mentre intersecano il cuore e la vita degli uomini e delle donne contemporanei, poco importa se credenti o meno. Problemi veri, su cui in questi giorni ci si interroga senza reticenze nei gruppi di studio. Anche le relazioni svolte in assemblea non hanno avuto il tono cauto e sfumato della diplomazia, ma quello deciso e perfino provocatore della profezia. Si sono dette verità scomode sul rischio di una fede parolaia, che non si traduce in comportamenti concreti, sull'oblìo della Parola di Dio, sulla necessità di imparare a scorgere nel volto degli altri ciò che manca nel proprio, sull'isolamento e la frammentazione del laicato cattolico, sulla perdita di senso a cui oggi è soggetta la cultura, sulle lacerazioni della nostra società, da quella tra Nord e Sud a quelle connesse al fenomeno dell'immigrazione.
Eppure, su tutto ha prevalso sempre l'orizzonte della speranza. Speranza escatologica, che si riverbera anche come speranza nei confronti del mondo e della storia in cui viviamo, e della quale sappiamo di dover rispondere. I cattolici italiani - questo il messaggio che sale chiaramente non solo dalla tribuna del Convegno, ma anche dalle conversazioni nei corridoi e a tavola - si rimettono in discussione perché hanno grandi risorse da offrire al Paese e intendono essere protagonisti del suo presente e del suo futuro.
La CISM è presente con il Presidente don Albero Lorenzelli, il Segretario Generale P. Fidenzio Volpi (che ha partecipato alla consegna del Martirologio), tre Vice Presidenti, due esperti, vari Presidenti regionali, l'addetto stampa e alcuni Presidenti delle Aree. In tutto 23 religiosi che fanno sentire la loro voce negli Ambiti della Tradizione, del Lavoro e della Festa, della Fragilità e dell'Affetività.