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Non sono felice perché ho vinto,
ma ho vinto perché sono felice
 
25/8/2008 -
 
Il provocatorio titolo del Meeting di Rimini: “O protagonisti o nessuno” colpisce immediatamente l’attenzione. In verità, è questo il preciso intento degli organizzatori: far «riflettere sul concetto di persona». Che cosa significa infatti essere protagonisti della propria esistenza e di quella del mondo? La domanda si fa oggi urgente, perché l’alternativa al protagonismo sembra essere spesso una vita senza senso, il grigio anonimato dei tanti «nessuno» che si confondono tra le pieghe di una massa informe, incapaci purtroppo di emergere con un proprio volto degno di nota. L’interrogativo allora va meglio focalizzato e potrebbe essere così riformulato: che cosa dà un volto all’uomo, che cosa lo rende inconfondibile, assicurando piena dignità alla sua esistenza?

La società e la cultura, in cui siamo immersi e di cui i mezzi di comunicazione costituiscono una potente cassa di risonanza, sono largamente dominate dalla convinzione che la notorietà costituisca una componente essenziale della propria realizzazione personale. Emergere dall’anonimato, riuscire ad imporsi all’attenzione pubblica con ogni mezzo e pretesto, questo è lo scopo perseguito da molti. Il potere politico o economico, il prestigio raggiunto nella propria professione, la ricchezza messa in bella mostra, la notorietà delle proprie realizzazioni, l’ostentazione fin anche dai propri eccessi… tutto questo è considerato pacificamente come «successo», come riuscita della propria vita. Ecco perché sempre più spesso le nuove generazioni ambiscono a professioni e carriere idealizzate proprio perché offrono una ribalta che consente loro di apparire, di sentirsi “qualcuno”. L’ideale a cui mirano è rappresentato dagli attori del cinema, dai personaggi e miti della televisione e dello spettacolo, dagli atleti, dai giocatori di calcio, ecc.

Fin qui il testo che il card. Bertone ha inviato ai partecipanti del Meeting 2008. Il messaggio prosegue ricordando l’anno indetto da Papa Benedetto per ricordare un «campione» della cristianità di tutti i tempi: Saulo di Tarso.

Ma noi preferiamo attingere alle notizie di questi giorni e ci trasferiamo a Pechino per ascoltare la medaglia d’oro Alex Schwazer di Vipiteno che, dopo 50 chilometri di fatica, conserva la lucidità di regalare ai giornalisti la frase probabilmente più memorabile dei giochi olimpici: Non sono felice perché ho vinto, ma ho vinto perché sono felice. È uno stupefacente ribaltamento di prospettive, è lo smascheramento di uno dei grandi inganni del nostro tempo. La cultura di massa afferma l’esatto contrario: se vuoi essere felice, l’unico modo è vincere. Va da sé che molti, pur di vincere, sono disposti a tutto, assolutamente a tutto. Ma poiché non tutti possono vincere, un tale dogma finisce per creare una massa enorme di infelici, facile preda di altre promesse ingannevoli. Alex, con la saggezza dei suoi 23 anni passati a macinare chilometri silenziosi, non dice una frase fatta, letta da qualche parte. Dice ciò che ha imparato sulla sua pelle – sui suoi piedi – marciando e gareggiando. Se sei felice, allora vincerai. Vincerai sempre qualunque siano il tuo sport o la tua professione. Anche senza medaglie al collo, sarai un vincente dentro di te, con la tua vita. E chi avrà la fortuna di incontrarti percepirà la tua felicità e ne resterà contagiato, come a chi ha potuto vedere Alex entrare nel Nido d’Uccello, acclamato tanto quanto il velocista superman Bolt.
 
Onorino Rota
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