
“Dalla Parola di Dio, impara a conoscere il Cuore di Dio”, è con questa frase che Mons. Ravasi ha concluso la conferenza stampa in cui ha presentato il Messaggio, citando e parafrasando anche Kierkegaard: “Si deve leggere la Bibbia come un giovane legge la lettera dell’amata. Perché la Bibbia è stata scritta per me”.
Le parole dei Padri sinodali, infatti, non vogliono essere un’istruzione teologica o un’esortazione catechetica, ma un Messaggio appunto, scritto con un respiro ampio, con passione, pathos, con coinvolgimento. E’ stato scelto di conservare il testo integrale preparato dalla commissione perché il Popolo di Dio possa nutrirsi dell’esperienza del Sinodo in attesa dell’Esortazione apostolica post sinodale. Un riassunto non ufficiale accompagnerà il testo ufficiale.
La struttura del MessaggioIl Messaggio si snoda come un cammino attorno a quattro simboli: la Voce, il Volto, la Casa, la Strada.
Dio precede lo scritto. La sua Voce è prima di tutto cosmica e si dispiega nell’essere con la sua forza creatrice; poi risuona all’interno della storia manifestando la sua volontà liberatrice con il Popolo eletto. Ed è una Voce che si fa’ scritto perché di essa resti una testimonianza sicura: scolpita nella pietra con accuratezza, dirà Dio a Mosè.
Quando il Verbo si fece carne, quella Voce assunse un Volto. Il cristianesimo non è una religione del libro come l’Islam, ma la religione di un Dio fatto carne, inserito nella storia concreta dei popoli. La Bibbia sono “parole che esprimono la Parola”. Ogni fondamentalismo è quindi escluso, perché sarebbe confondere la Parola con le parole con cui si esprime. Il fondamentalismo biblico in fondo è una negazione dell’incarnazione. Non bisogna dimenticare, aggiungerà poi rispondendo ad una domanda, che ogni traduzione è già un’interpretazione e che i fondamentalisti si rifanno non alla Parola originaria, nemmeno quella scritta ma sempre e solo ad una traduzione.
Però, questa Voce che assume un Volto è ospitata in una Casa, la comunità credente: questa vive la predicazione di una Parola che porta alla frazione del Pane, si esprime nella preghiera, vive nella koinonia, nella comunione fraterna. Alimento di vita, la Parola è condivisa nella liturgia sotto le sue varie forme ma anche, insiste il Sinodo, nel ricuperare oggi la Lectio Divina.
La Parola, il Cristo della Vita, non va solo ascoltata ma messa in pratica nell’amore fraterno: è la Strada, la via, la Missione che ha il compito di mettere la Parola di Dio nel cuore della storia, percorrendo le arterie della vita, dal dialogo fraterno all’informatica. Una Parola che non ha paura di entrare nei bassifondi della storia per scalzare i cardini dell’ingiustizia, dell’ignoranza, dei pregiudizi e dare una risposta alle domande ultime del cuore umano. Una Parola che stabilisce un rapporto con le altre religioni, l’Ebraismo anzitutto, ma anche con l’Induismo, il Confucianesimo e l’Islam. Una Parola che non disdegna la cultura dei popoli ma che deve essere anche riscoperta come il codice di lettura per comprendere l’arte, la musica, soprattutto dell’Europa.
La conclusione del Messaggio, sottolinea Mons. Ravasi, invita al silenzio. “Creiamo ora il silenzio per ascoltare con efficacia la parola del Signore e conserviamo il silenzio dopo l’ascolto, perché essa continuerà a dimorare, a vivere e a parlare a noi. Facciamola risuonare all’inizio del nostro giorno perché Dio abbia la prima parola e lasciamola echeggiare in noi alla sera perché l’ultima parola sia di Dio”. La Sacra Scrittura infatti “ha passi adatti a consolare tutte le condizioni umane e passi adatti a intimorire in tutte le condizioni” (Pascal).
La centralità di Gesù, Parola umanaMons. Retamales, ha voluto aggiungere solo una breve sottolineatura che si mostrerà efficace per le domande dei giornalisti. Questo percorso simbolo –ha detto- ci sottolinea la centralità di Gesù nella lettura biblica: si ascolta la Parola in silenzio per “raggiungere” il Signore della Parola. La Parola è efficace quando convoca, diventa sorgente di comunione, ci rende sensibili agli altri. Ecco che la Parola è invio alla Missione: non ci riuniamo nell’Eucaristia solo per ascoltare la Parola, ma per andare ad annunciare questa Parola che sola da’ significato alle vicende umane.
L’amore fraterno, infatti, ha enfatizzato Mons. Ravasi rispondendo ad una domanda, è il messaggio centrale del cristianesimo, è il sigillo e il punto terminale della lettura biblica. Non per nulla san Agostino considerava la carità come la chiave ermeneutica ultima delle Sacre Scritture. Questa carità può assumere molti nomi: in questo momento davanti all’Induismo, le religioni tradizionali, l’Islam assume la forma del dialogo.
“Corre voce che per evitare deviazioni il papa Benedetto pensi ad un’Enciclica sulle relazioni fra esegesi e teologia”, ha chiesto un giornalista. Non se ne parla, ma certo si sente l’esigenza di una correzione di cammino. L’esegesi è essenziale in una lettura corretta della Bibbia. E l’esegesi interpretativa ha fatto un lungo cammino e ha oggi a disposizione mezzi molto efficienti. Ma non si deve cadere nell’errore del filologo che scruta tutti i meandri di un termine e finisce per non cogliere il senso globale del discorso. Il problema però non è dell’esegesi che ha fatto un lungo cammino, ma della teologia biblica che è le rimasta indietro.
Altri interventi hanno toccato diversi temi. Quello del carattere sacramentale della Parola: nel Sinodo è stato toccato e ci si aspetta un approfondimento nell’Esortazione post sinodale se tutte le proposte saranno votate e accolte da papa Benedetto. Così pure per l’opzione preferenziale per i poveri che il Messaggio accenna solamente. Certo, risponde Mons. Retamales, se la Parola è Cristo, non si può sperare di capirlo e accoglierlo che nella certezza che per redimerci si è fatto povero per vivere con noi.
Questo e altri interventi hanno infine portato Mons. Ravasi ad aprire uno spiraglio su uno dei temi a lui cari e che ha trovato posto nel Messaggio: le relazioni della Bibbia con il mondo della cultura. Lo ha fatto citando, con il Messaggio, Goethe: il Vangelo è “la lingua materna dell’Europa”; Claudel: “la S. Scrittura è diventata una sorta di immenso vocabolario” dell’arte; Chagall, la Bibbia è un “atlante iconografico a cui hanno attinto la cultura e l’arte cristiana”. E ha aggiunto in tono leggermente fra l’ironico e il provocatorio rispondendo ad un corrispondente: se un ragazzo deve sapere di Omero, perché non anche di Mosè? Se deve conoscere le poesie di Orazio, perché può ignorare il Cantico dei Cantici? In fondo senza la Bibbia non si può capire né Dante, né Racine, né Corbeille. Per la cultura moderna, è importante che le Belle Arti tornino a riproporci i grandi simboli che arricchirono l’umanità, invece di essere solo espressione della deprimente dispersione sociale. L’uomo moderno ritorna a sentirsi circondato dal mistero e la Bibbia, anche se si fa’ fatica a riconoscerlo, è pur sempre un grande codice interpretativo della realtà oltre che dell’arte e della cultura europee.